Al Mentore

post 28

Ho trovato una vecchia lettera mandata a un vecchio amico. Un amico indubbiamente speciale, chiaro, lo chiamo amico, ma è stata una persona importante, lo è tutt’ora anche se in modo diverso, è stato un sacco di cose per me, un Mentore prima di tutto, un Mentore per molte cose, forse troppe, con lui parlavo un sacco, parlavamo di libri, di scrittura, insomma, avevamo un mondo di carta tutto nostro. Con lui, in quella lettera, ragionavo del tempo. Anzi, del Tempo. 

Io ho sempre calcolato ogni cosa in relazione al Tempo, non so perché. Ogni azione è associata, nel mio cervello malato, al Tempo che impiego per farla. A volte anche al Tempo medio che impiegano gli altri, con relative sottrazioni. Ora mi direte: hai davvero scoperto che la terra è tonda. A parte il fatto che pure per quello ci è voluto qualche migliaio d’anni, saperlo e saperlo sono due cose diverse. 

Quindi ora ci faccio più caso, no? Tempo impiegato per fare la doccia? Con lavaggio capelli in inverno: quindici minuti; senza lavaggio capelli in estate:cinque al massimo. In estate quindi guadagno Tempo. Ho mediamente 7 minuti in più ogni sera. E potrei passare alla fase due: come spendo questi 7 minuti in più? Mi faccio un aperitivo mentre fumo una sigaretta? Oppure pulisco il bagno? Sono domande che una donna si fa, spesso…magari pure un uomo, però single, che l’ammogliato è un po’ restio a fare pensieri sul Viakal, credo. 

Poi ovviamente c’è un argomento principe che riguarda il Tempo. O almeno lo è per me in questo periodo. Il sonno. Quante ore consigliano gli esperti? Se vado a letto sapendo già che ho la sveglia puntata e poi non prendo sonno, quel Tempo dove finisce? Il Tempo perso ad addormentarmi, dico. Lo posso guadagnare in riposo generico, tipo la pennichella del dopo pranzo? Quando ne ho il Tempo, ovvio. Quindi che faccio…lo considero oppure no? 

E sì, entrare nel mio cervello che ragiona sul Tempo è quasi un trip. Mi viene in mente un film, del tizio che entra nel cervello di John Malkovic. Che ha infatti il titolo Essere John Malkovic. 

Mi chiederete perché pensarci, perché scriverlo. Perché se guardo attentamente e lavoro di cesello, anche scrivendo questo post spreco Tempo. Vuoi perché tutto ciò ha senso solo per me, quindi scriverlo è come far andare il gatto libero sulla tastiera (cosa che se avessi un gatto qui farebbe volentieri, ma non c’è, non ho più spazio per i gatti); vuoi perché il Tempo di scrivere  trecentocinquantadue parole (milleeseicentocinquantaquattro  caratteri spazi esclusi e duemiladue  spazi inclusi) forse è superiore alla risposta in sé. Che ha invece cinque parole (ventidue caratteri spazi esclusi e ventisei inclusi). 

Ed è questo che dicevo al mio amico, al mio Mentore. 

E non lo sa, oppure sì, ma se sono qui a rompere le balle a tutti con queste parole è solo colpa sua. È stato lui a farmi conoscere Carver. Murakami. Hemingway. La splendida Aimee Bender (non lo ringrazierò mai abbastanza, e forse non l’ho fatto). È stato lui a farmi entrare nel mondo di carta. A farmelo amare. Io, che aspettavo solo la spinta giusta. E lui che me l’ha data nel modo giusto. E se ancora sento che tutto questo è importante, lo devo solo a lui. Al mio Mentore. 

Grazie, Mentore, per avermi vista. 

Grazie, Mentore, per avermi aiutata. 

Grazie, Mentore, di essere ancora qui a leggermi. 

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Finire in me

post 25
Eccoci qua, siamo quasi alla fine, le vacanze passano davvero veloci anche se non succede nulla o quasi. E devo essermi riposata davvero molto (leggi: dormito) perché stanotte alle due mi si sono spalancati gli occhi e non c’è stato verso di farli richiudere per tre ore buone. Si stava avvicinando un bel temporale e dalla finestra vedevo la luce dei lampi e sentivo il rombo in avvicinamento e tutto questo (luce- rumore) ha contribuito a farmi alzare e andare in cucina, piano per non svegliare Little Boss, precauzione quasi inutile, visto che lei, quando dorme, nemmeno un bombardamento aereo: il sonno dei giusti. Ho provato a leggere, ma l’ereader mi si è bloccato, maledetto touch screen, e quindi non sono nemmeno riuscita a sapere cosa pensa o fa la scimmia di Palahniuk. E allora non mi è rimasto altro che pensare (damn!) e ho iniziato a scrivere una mail mentale a TDL (una cosa mostruosa che faccio spesso) e mi sa che l’elettricità del temporale ha dato il suo contributo, perché era una mail al cianuro, ovvero ero incazzata come una mina, che chissà poi perché si dice così, come se le mine si potessero incazzare, al più esplodono, che è quello che ho fatto, appunto nella mail mentale, sono esplosa, ho deflagrato, gli ho scritto (mentalmente)che era un uomo senza cuore, interessato più ai controfiletti del Ristorante che a me, perché questo, mi ha scritto: siete chiusi, cavolo, e ora dove lo mangio il controfiletto? Mi sento tradito. Tu ti senti tradito, maledetto idiota? Sai dove ti metterei il controfiletto?
Mi ci sono voluti molti minuti di visualizzazioni di prati e spiagge deserte per riprendere sonno.
E poi ecco che la mattina: porca puttana! (Mi perdonerete il francesismo)
Mi bastano tre suoi messaggi in croce ed eccola lì che tutta la rabbia la metto in una bolla e la soffio via, come nelle migliori buddanate zen. Mi manca il tuo sorriso, scrive. E in un nano secondo so che sono fottuta.
Mi sto lavando i denti con Little Boss e lei mi fa: perché ti tremano le mani?
Ah, ah, troppo caffè la mattina, a volte capita, ah ah! (sorriso di plastica)
Lei se ne va rimproverandomi con lo sguardo. Sta cercando di farmi smettere di bere caffè e fumare sigarette, la piccola salutista che mangia solo Nutella al mattino…
Ed ecco che arriva un altro messaggio e io capitolo.
C’è sempre un momento della mia giornata che finisce in te.
Riesce sempre a bloccarmi le parole, la parabola della scrittrice fallita.
Ma abbocco all’amo come un tonno pinne gialle. Quindi vado avanti a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare (neurone solitario, grazie di essere ancora dalla mia parte!) fino a che lui non aggiunge: Ti manco?
Mi mordicchio le pellicine per non rispondere (Non rispondere Moon, ti prego!).
Ma sebbene mi faccia uscire il sangue, la mano trova la strada e confesso: penso a te anche troppo spesso.
Eccola, la stupida Moon.
Stupido temporale, stupida me, stupide parole.
La giornata parte male.
Eppure ho un sorriso sulla faccia che mi fa stare bene.

Essere altro

post 22
Nell’aria c’è profumo di sale e piadine. E citronella e olio al cocco e limone. L’acqua è cristallina, non me lo aspettavo davvero, non me li aspettavo, i pesci sui piedi. E invece ci sono.
Nella casa che ho affittato a un prezzo regalo, che manco una televendita, c’è anche un cortile, un dondolo e un tavolo con le panche. Ed è qui che sono piazzata, carta e penna, old style, mentre tento di difendermi dall’attacco delle zanzare che siccome con il mio corpo non ci hanno banchettato per un estate intera, ora si stanno rifacendo, indubbiamente sono affamate. birra, penna e sigaretta. Tutta una serie di 1 che mi fanno stare benissimo. Little Boss è in camera che legge e io qui che scrivo, se non fosse per il cane dei vicini (che ormai ho soprannominato  Tre zampe per ovvi motivi) che uggiola per la solitudine sarebbe un Momento Perfetto. E anche se domani dovesse piovere, anche se tutta la settimana piovesse a dirotto, sarebbe comunque una splendida vacanza. Perché finalmente sento di aver staccato la spina dalla mia vita. Una pausa, please. Come se qui potessi essere altro, vivere altro, sentire altro. E infatti il pensiero di TDL, del mio ex, perfino dell’Amico Speciale è lontanissimo, contribuisce la salsedine, si vede, che incrosta il mio cervello come fa con le porte di legno, ma fa lo stesso, mi fa bene.
E quindi nulla. Mi godo un tramonto che mi sembra di non vedere da anni, poso la penna e mi regalo un piccolo, piccolissimo, accennato sorriso.
Una cosa piccola ma buona.

Ferie, compleanni e bebè

Post 21
Sono ufficialmente in ferie da tre ore e diciotto minuti.
Ho fatto un turno massacrante, oggi, scrostato forni, teglie, pulito pavimenti (il Ristorante deve essere perfetto prima del riposo), ma finalmente sono a casa. Il mio ex mi ha portato Little Boss che sarà tutta per me, 24 ore su 24, per i prossimi dieci giorni. Domani partiamo per una settimana di mare (il tempo sembra già invernale, ma chissenefrega, il mare è bello anche così, quando non se lo fila nessuno), mi riposerò, leggerò, scriverò.
Tutto sembra un idillio, ora, che è il sabato del villaggio.
Ho solo un ultimo scalino da fare, uno piccolo, una festicciola di compleanno di mia nipote, la figlia di mia sorella, anni quattro. Non sarà poi così terribile…
Quindi regalo incartato (un miracolo che abbia trovato nascosta in un cassetto una vecchia busta decorata), capelli messi in piega (io e Little Boss), mi sento benissimo, tanto che decido di dare la seconda occasione a un paio di scarpe con tacco dieci che ho comprato questa estate.
La casa di mia sorella, invece, è un inferno.
Bambini che urlano, piangono, corrono. Genitori che parlano di pannolini e grembiuli dell’asilo. Vecchi che parlano di badanti e malattie.
Ok. Sapete quella cosa del Partito dei Cinici, no? Sono ancora militante, specie durante le feste di compleanno, che non ho mai del tutto apprezzato, nemmeno quando dovevo portarci Little Boss (ormai lei è nell’età in cui le feste si fanno con una cena in pizzeria tra amiche), ricordo che mi portavo sempre un libro da leggere, sceglievo un posto isolato e via.

Ma ORA. Ora che questo periodo per me è passato, non ricordo nemmeno più come si fa conversazione. Ma tanto sarebbe impossibile farla, vista la cacofonia.
Quindi lascio che Little Boss confabuli con quei due/tre bambini della sua età (fratelli maggiori di nanetti dell’età di mia nipote) e mi metto a guadare.
Mia sorella ama fare le feste a tema e quest’anno ha scelto il Messico. Quindi mi prendo un sombrero, stappo una Corona e mi siedo accanto alla pignatta (in seguito questa cosa si rivelerà una pessima scelta: i bambini con una mazza da baseball in mano sono armi improprie).
Mi avvicina una mamma che non ho mai visto, pancia a occhio e croce sei mesi, suo figlio sta sbizzando attaccato alla porta della casetta di legno mentre il padre cerca di farlo uscire tirandolo per un braccio. Che bella festa, mi dice, tua sorella è davvero brava!
Cerco di mettermi nei suoi panni: gravidanza durante l’estate, piedi gonfi, un bambino che urla per ogni pinzo di zanzara, un marito che sembra la brutta copia di Woody Allen (ma senza umorismo). In effetti questo per lei potrebbe essere El Dorado. Sorrido come un automa , ma non le dico nulla. Lo so che non si fa,  ma ha l’effetto voluto e lei se ne va.
Passo le tre lunghissime ore che dura questa agonia sbocconcellando sandwich, bevendo caffè e cercando di non sbadigliare vistosamente. Little Boss è sparita sul retro: meno male si è aggiunta anche qualche bambina.
Rifletto molto, in queste tre ore. Rifletto sul fatto che sono in una fase pericolosa. I bambini, prima di Little Boss, non mi sono mai piaciuti. E nemmeno dopo, a dire il vero. Io ho amato alla follia Little Boss quando era un batuffolo cicciottello e vomitava pappette, non so perché, ma era adorabile anche quando dovevo cambiarle il pannolino o piangeva perché voleva guardare i cartoni animati. Ma gli altri bambini non è che mi piacessero molto. Non sono il tipo che Ma dai, come è carino, posso prenderlo in braccio?
E invece ora è già qualche mese che i bambini piccoli mi fanno una strano effetto: tenerezza. Vengono al Ristorante dentro le loro carrozzine e io sono già lì che faccio facce da scema mentre li guardo. Ecco, se devo dirlo, sono diventata altamente tollerante nei confronti dei bambini. E questo mi preoccupa. Perché avere un bambino ora, per me, nella mia condizione un po’ parecchio disastrata…sarebbe come guidare una Ferrari senza sapere cos’è un cambio. Eppure. Eppure siamo agli sgoccioli, pensa il mio corpo. Non avrò mai più un altro figlio, pensa la mia mente.
Eppure nulla, Moon
.

Togliti dalla testa tutte le tue idee assurde, guarda ancora questi bambini urlanti e fai il conto alla rovescia per Little Boss: taglio della torta e dopo dieci minuti che è andata via la prima famiglia (prima sarebbe scortese) andiamo a casa.
E domani si fanno le valigie e andiamo al mare.

Di cosa parliamo quando parliamo di ex

post 19

Questa sera sono qui che penso. Sì, lo so che non è una novità, come dice l’Amico Speciale Io penso troppo. Che poi, come si fa a pensare troppo me lo deve ancora spiegare, anzi, mi chiedo, come si fa a pensare meno? Perché io, di sistemi, ne ho inventati a dozzine, ma l’unico che ha funzionato (e nemmeno poi molto) non ve lo dico.
Comunque. Sono qui che penso.
È passato un mio amico a trovarmi, un ragazzo che conosco da molto, due chiacchiere, ceniamo insieme? Ma sì, dai. Faccio una pasta veloce eccetera. E alla fine sono ricaduta nello stesso errore. Ho parlato del mio ex. Di quanto mi faccia incazzare come un toro appena vede la bandiera rossa. E sono due anni ormai che non parlo d’altro alla gente. Di quanto sia ingiusto avere una situazione devastante con un ex che insulta e minaccia e una figlia quasi adolescente di cui preoccuparsi e lui non mi parla, lui offende, non ragiona, e il tempo doveva sistemare le cose e non l’ha fatto, e ora sono stanca, e devo preoccuparmi davvero della mia incolumità?, ma perché non si trova un’altra e se ne sta zitto? E tutte le solite cose.
Da due anni
.
Insomma. Alla fine mi vengo a noia da sola. Forse è per questo che faccio un po’ la gnorri sull’argomento, qui, su questo blog: perché mi è venuto a noia. IO mi sono venuta a noia. Sempre a lamentarmi di non poter far questo. O quello. Quando la colpa è solo mia: mia che ho permesso; mia che non agisco; mia che me la prendo.
Però, scusate, il fatto è che ho passato metà della mia vita (vera) con quest’uomo. E sebbene mi chieda come tutte le donne farebbero nella stessa situazione: ma come hai fatto?, beh. In qualche modo ho comunque fatto, non credete? E questa è un’altra delle cose che non ho risolto della mia vita. Un’altra domanda a cui non so rispondere.
Fatto sta che il mio amico mi ha detto, dopo ore di dialogo (leggi: monologo), che stavamo parlando di niente. E che l’unica soluzione era andarmene. Andare via proprio. Via di qua. E portare Little Boss come me.
Ora. A parte il fatto che non posso farlo, avrei un inseguimento in stile Thelma e Luoise prima del burrone.
Ma in ogni caso, sto pensando, sebbene la soluzione sia splendida per Me, magari non lo è per Little Boss. Ho passato tutta la sua vita a pensare a cosa potesse essere meglio per lei. E per farlo mi ci sono sbattuta, l’ho ascoltata, anche quando piangeva per le maledette coliche, e ho cercato di entrare in contatto con lei in mille modi. L’ho guadata: da vicino, da lontano, anche da media distanza, che non si sa mai.
Tutto ciò che chiedo, ora, è poterle dare opportunità. Non negargliele. Tutto ciò che vorrei è che fosse non certo felice, non sono così stupida, ma almeno sicura del suo nido. Conoscete la Teoria dell’attaccamento di Bowlby? Se non la conoscete, conoscetela. Perché a me ha cambiato la vita.
Un nido. Almeno questo. Il nido sicuro dal quale partire.
Alla fine, visto che in teoria sono fatta di stecchi e bava, non dovrebbe essere così impossibile…

 

Lettera non spedita n. x

Post 18
Caro Tizio della Luna,
Eccomi ancora qui, in questo spazio che non sarà mai nostro, ma solo mio. È lo spazio delle Lettere Non Spedite (LNS) a te, hai proprio una cartella sul mio Mac, una cartella con un nome poco fantasioso, in effetti: LNS a TDL.
Questa è la numero x. Perché ho perso il conto e sono troppo pigra per farlo adesso, allora questa sarà solo la numero x, che non serve altro. Tanto qui il Tempo non conta, conta solo quello che ancora mi ostino a sentire quando ti vedo, come oggi, quando sei arrivato e ti sei seduto, da solo, al tavolo del Ristorante che sai essere quello che riesco a vedere da ogni angolo della sala. E le tue parole sussurrate, perché, cavolo, non ce la fai proprio a dirle con un tono di voce normale, devi per forza dire le cose come se fossero un segreto erotico, e allora mi fai pensare a quello, a te che mi esplori, alla tua bocca vicino all’orecchio, e tutto, lo vuoi capire che tutto diventa più difficile? Ma lo fai apposta? E anche quel leggero sfiorarmi la mano, quando ti porgo il piatto… e quel sorriso un po’ malinconico quando te ne vai… insomma. Così non me la rendi facile, caro mio. Io che in testa ho solo questo: infilarti nell’oblio. E tu che mi parli delle tue piccole cose, tra una caraffa di acqua e un caffè, tutte le tue parole mi restano dentro e io che vorrei poter smuovere i monti per poterti stare vicina in una piccolissima difficoltà come Non si accende più la macchina, mi trasformerò in meccanico per te, so guardare i livelli, magari ti cambio la guarnizione di testa o il motorino di avviamento.
Il fatto è che sento che non è finita.
Sento che c’è ancora qualcosa.
E lo so che potrebbe essere( sì, uso il condizionale, ma non dovrei) solo la mia immaginazione, ma nei tuoi occhi io lo vedo un pezzo di me, io lo vedo che una piccola parte di Luna ancora la guardi, magari la notte, magari quando sei da solo, magari pensi ogni tanto alle sensazioni che ti ho dato, alle canzoni, alle parole, alle mie labbra, a quella maglietta che mi hai regalato e che non riesco a indossare per paura di sciuparla, a quella Casa che eravamo, anche se lo so che non era reale, che era nei nostri sogni, nei nostri Forse e nei nostri Però.
Me ne sono andata io.
Lo so.
Tu mi avresti tenuto con te, in un modo o nell’altro.
Ma sarei stata una seconda scelta.
E io non me lo merito.
Ma non so se sto aspettando di dimenticarti.
O sto aspettando Te.

Virgola, virgola, virgola

Post estemporaneo del 16 settembre

Oggi mi sono davvero massacrata con il lavoro, ho dormito l’equivalente di una notte in tre notti (pagherei a sapere come si nutre l’insonnia, che mostro terribile che è, maledizione!) e quindi ora mi sa che sono davvero stanca. 

Ma domani ricomincia la scuola…

Little Boss è su di giri, mia figlia è magica, ma davvero strana, non vede l’ora dei essere a domani, non fa altro che parlare, sorride, si agita per questa o quella cosa che non è proprio perfetta nel suo zaino, pensa a come migliorarla e allora disegna una nuova cover (lei la chiama così, non date colpa a me) per la scatola di latta delle matite, poi si ricorda che ha fatto un piccolo errore ortografico nel riassunto che doveva fare di un film(tristissimo) che gli hanno assegnato per le vacanze, e allora eccola lì che corre a ricopiarlo da capo, Mi aiuti per favore? Me lo detti? 

Eccerto che te lo detto, sei la luce dei miei occhi, ma ora di luce non ne ho molta, negli occhi, perché mi si chiudono proprio se sto sul divano a dettarti questo riassunto, Ma come cavolo le metti le virgole, LB? Non si mettono a intuito, ci sono delle regole! Ma io sono creativa, mi fa, mi piace scrivere creativo, e sebbene mi si stia sciogliendo il cuore per queste parole, sebbene io la adori come non mai perché alle volte è davvero creativa, nel modo giusto dico, stravolta la devo proprio cazziare, faccio la maestrina, che poi è una cosa che faccio spesso, proprio un difetto che dovrei correggere, e discutiamo sulle virgole e ci battiamo il cinque per le poche che approviamo entrambe. 

E sì, mi si chiudono gli occhi, ma stare con lei è sempre splendido, divertente, emozionante, e questa pausa che mi prendo da lei la prendo perché si sta facendo bella per domani e ha bisogno di tutte le sue cose, nel bagno: musica per l’occasione, una spazzola e la piastra per i capelli. Ma non di me. Non ora. Cavolo. 

Come sta crescendo.  

P.s. Le virgole le metto anche io un po’ a caso, un po’ per istinto. Ma non diteglielo… Sopratutto stasera, che il mio neurone solitario si sta lentamente dimezzando…

 

Cicatrici

Post 17

Oggi mi sento un po’ triste. Capita, mi dico. La stanchezza, un pelino di stress per le cose che accadono, per i tentativi falliti di portare pace intorno a me, per quella stupida ostinazione a volersi fidare del mondo… le solite cose, insomma.

Mi sento triste. E non disperata. Quindi faccio passi da gigante. Mi fa male una cicatrice. No. Stavolta nessuna metafora. Stavolta mi fa male sul serio, una cosa fisica. Mi punge, come se mi volesse dire qualcosa. E mi viene in mente la bellissima scena dell’Odissea, quella della cicatrice di Ulisse che la vecchia nutrice riconosce dopo dieci anni (insomma, diciamocelo, una scena un po’ patetica: lo riconoscono prima il cane, Argo, e la nutrice, della moglie  e del figlio…). Comunque. Da quella cicatrice parte un pezzo epico (è proprio il caso di dirlo) in cui Omero ci racconta tutta una storia (della cicatrice stessa) e secondo me è un pezzo in Jazz (magari una volta vi dirò come la penso sulla scrittura in Jazz). Perché è vero. Le cicatrici hanno una storia. E ci raccontano di noi, ci ricordano chi siamo, ci fanno riconoscere, non tanto alle nutrici, tanto a noi stessi. 

 E allora anche io vi voglio raccontare la storia della mia cicatrice, quella che mi punge ora e mi fa penare a scrivere, perché è una cicatrice che ho sulla mano. 

E ve la racconto in jazz, perché non ci sono altri modi di raccontare una cicatrice, Omero ce lo dice bene, ce lo spiega in un numero di pagine che farebbe perdere il cervello a chiunque, ma non a lui, si vede, o a loro, chissà quanti erano, Omero, un po’ come la Ferrante, chissà quanta gente è la Ferrante, mi chiedo, e me lo chiedo perché chissà quante persone sono anche io, che sono stata solo Monica per tantissimi anni, e ora sono anche Moon, Molto Ostinata O Nevrotica, e lo sono, Nevrotica, perché ho incontrato un Tizio della Luna che ho amato fin dal primo istante, che poi mi chiedo: cosa avrà di speciale, il Tizio della Luna, me lo chiedo da così tanto tempo che le parole mi si sono scolorite in bocca, ma non c’è soluzione, ché poi è stato lui il primo a dirmi che scrivevo in Jazz, perché della mia follia verbale mai avrei pensato che fosse jazz, ma solo follia, solo una specie di tubo di scarico del cervello, perché se c’è una cosa che adoro è mordere il Tempo, azzannarlo come un cane, e lo faccio anche quando scrivo, a volte, le dita non ce la fanno a stare dietro a quel piccolo neurone che mi tengo a girovagare nel cervello, ed è per questo che faccio mille refusi, mi dispiace, davvero, per chi legge, se faccio refusi, poi sono pigra e non mi va di rileggere, ma non è nemmeno solo pigrizia, è che non posso rileggere sennò arriva il Censore e taglia e taglia e io non voglio che tagli, che a tagliarmi ci penso già da sola, perché sono distratta, mi tremano le mani e il cuore mi batte forte, e alzo la testa quando ho un coltello in mano e invece dovrei solo concentrati su quello che faccio, come ad esempio tagliare il salame, e invece mi vengono in mente delle cose, mi passa una canzone sotto al naso e io la seguo, ma le orecchie siccome non mi bastano, allora la seguo pure con lo sguardo, come se potessi vederlo, TDL, mentre la ascolta, quella canzone, povera piccola stupida Moon, povera piccola stupida ragazzina troppo cresciuta, TDL non è nella tua cucina, non gliene frega un fico secco del tuo salame, guarda il coltello, che invece di tagliare il salame sta tagliando la mano, prendilo, scema, uno strofinaccio, che stai facendo un casino in terra, è pure sabato sera e la farmacia sotto casa è chiusa per turno, speriamo che ti basti quel cerottino con le Winx che hai comprato per Little Boss anni fa, magari domani vai e ti compri le cose che ti servono se ti tagli di nuovo, che dici?, lo fai lo sforzo di essere grande?, lo fai lo sforzo di prenderti cura di te invece che perderti dietro ai sogni e alle canzoni?

Stasera mi fa male la cicatrice perché sono triste, perché piango, come quella sera del salame. E mi fa male per ricordarmi di stare attenta, di sforzarmi di prendermi cura di me. 

E io, per prendermi cura di me, per salvarmi, come ho detto a TDL giusto ieri, non posso fare altro che scrivere.

O più spazio o più armadio

post 16

Ale non vive più qui.

Vive da un’altra parte, anzi, dall’altra parte del mondo. In mezzo ai boschi, più o meno, tra le fate e gli gnomi, credo, facendo un lavoro che secondo me ha a che fare con la Magia, quella vera. 

Ci sentiamo quando possiamo, ci scriviamo quando possiamo, proprio stamani mi è arrivata una sua mezza mail (che io immagino abbia scritto fino a che uno gnomo non l’ha disturbata dicendole che a mezzanotte si sarebbe trasformata in zucca o una cosa simile) dove mi parlava di stanze. Vive, per il momento, con una tizia sudamericana, non sa nemmeno lei di dove, non è una donna di molte parole. Io immagino sia una specie di sciamano, ma sono solo ipotesi: cosa davvero faccia Ale lì è un mistero, e se lei vuole che resti tale io la rispetto. Insomma, la tizia-sciamano il primo giorno le ha detto: ci sono due stanze in questa casa. Ne puoi scegliere una a tuo piacimento. Nella prima c’è più spazio, nella seconda c’è invece un armadio più grande. 

Lei ha risposto solo: o più spazio o più armadio: capito.

E questa frase me l’ha girata. E io l’ho girata al mio piccolo neurone, che la sta elaborando per benino. 

Ha ragione: o più spazio, o più armadio. Non si può avere entrambi, bisogna scegliere.

Ho pensato un po’ a tutta la mia vita. C’è stato un tempo in cui avevo un armadio enorme e ben ordinato, ma lo spazio era davvero minimo, soffocante. No. Era una vera e propria Trappola Infernale. Ho passato anni a ignorare il fatto che non c’entravo, nella stanza, passavo giornate intere a guardare solo l’armadio e pensavo: mi basta questo, dopotutto mi basta… ma poi un giorno mi sono svegliata. Non so come ci sia riuscita, ho tante ipotesi e non vi tedierò elencandole. Conta il fatto che mi sono svegliata e che mi sono resa conto che no, armadio bello quanto vuoi, ma ho bisogno anche di spazio. Così ho fatto le valigie (a metà, ovviamente) e mi sono trasferita nella stanza con più spazio. All’inizio era tutto un saltare di qua e di là, la mia mezza valigia entrava perfettamente nell’armadio minuscolo. Chi se ne frega dell’armadio, pensavo: ora sono libera! Faccio la mia vita. Nessuno può più dirmi cosa fare, pensare, vedere…insomma, avete capito. Ma poi ho iniziato a comprare altri vestiti, si vede (sono una donna, dopotutto, amo i vestiti, anche se la maggior parte si riducono a jeans e t-shirt) e l’armadio ha iniziato a essere piccolo. 

Ora. Una persona logica direbbe: compra un armadio più grande e hai risolto. 

La fregatura è che con un armadio più grande ci sarebbe meno spazio. 

Quindi: o più spazio, o più armadio. Non se ne esce. 

Questa complicata metafora si riferisce alla mia (devastante) vita sentimentale. Il mio matrimonio è stato per molti versi soffocante e quando è finito mi sono trovata a gestire un sacco di spazio tutto mio (altro che Una stanza tutta per me, come diceva Virginia! Tutte le stanze ora erano mie!). 

È stato bello, ma poi passa il tempo, Little boss cresce, tra poco sarà una piccola donna, farà la sua vita e le sue scelte, come è giusto che sia, eccetera. E io… forse, dico forse, sento il bisogno di avere una vita mia, una persona accanto e tutte quelle cose lì (ancora un po’ imprecisate). Allora mi dico che TDL magari ha fatto tanta presa per questo motivo. Perché volevo più armadio. 

Perché non ci si accontenta mai di quello che si ha, in fin dei conti. O almeno, così succede a me. L’inquietudine pessoana regna sovrana. 

E così mi dico che alla fine sono fortunata, dopotutto. Ho ancora più spazio. 

Per l’armadio deciderò poi.