Il Simposio: qualcosa che ho già vissuto sbarca qui, sulla Luna

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Stamani mi sono svegliata in un’altra città.

Stamani mi sono svegliata sul mare e già questo è il piccolo miracolo di cui il mio corpo e neurone solitario avevano bisogno.

Mi sono svegliata in un’altra città sul mare con Little Boss. E qui suona tutto: ho fatto il super bonus, ho vinto!

Il sole, la colazione fatta alle dieci nella pasticceria più famosa della città, un giro in libreria (non sono riuscita a tenere le mie mani lontano da Roth… sono pessima, una tossica di libri…) e il mare. Una splendida giornata, alla Vasco. Vedete poi come mi accontento di poco, non voglio mica la luna! (ora la smetto con le citazioni musicali, una cosa che faceva sempre mia madre quando ero piccola).

TDL arriva alle quattro del pomeriggio. E vabbè, avevo torto: non si è dimenticato, non vuole non vedermi (perdonate questa litote orribile), mi dice: domani?

E io domani ho solo mezz’ora per stare con lui. E così penso se rimandare ancora. Ma poi no, ma che rimando. Mezz’ora basterà per fare quello che voglio fare, tanto non riuscirei in ogni caso a dirgli tutto quello che ho dentro, tutto quello che vorrei sapesse, nemmeno se avessi una giornata intera, e allora forse è meglio, avere solo mezz’ora, no? Mezz’ora è sufficiente per mettere il mio punto simbolico, per rendergli il suo libro di modo che io non abbia più scuse, che non abbia più ganci a cui appigliarmi per chiamarlo. È l’ultima cosa che ho di lui, quel suo libro. E la maglietta me la tengo, punto.

E in tutto il giorno non ho fatto altro che pensare alle relazioni, alle forme di amore, a Platone, ho invaso spazi altrui (scusa CG) e tutto questo mi ha riportata a uno spettacolo che ho visto con Little Boss a casa di un amico, un discorso sul mito, in particolare sul Simposio. E mentre sono qui che penso che devo rileggerlo, mi rendo conto che l’ho già pensato anche allora e poi non l’ho fatto. Ma ho un piccolo resoconto, che è poi una lettera che ho mandato a TDL dopo la serata. E ne lascio un pezzo qui.

Beh, la serata era nella cantina di Furio, un tipo strano che ho conosciuto un annetto fa perché aveva letto cose mie e voleva che creassi un evento (o collaborassi a crearne) nella sua cantina. La cantina è uno spazio privato aperto alla cultura: musica, teatro, cose così, che lui organizza per lo più per gli amici. Non mi ricordo se te ne ho parlato, se mi ripeto scusa. Insomma. Io ho fatto uno spettacolo con i miei racconti nella sua cantina e lui adesso ogni tanto mi invita ai suoi nuovi eventi. E stasera era il turno dei un attore, Vittorio.

Lo spettacolo era sul mito. Discorso sul mito. Vittorio lo conosco a casa di Giorgio, prima dello spettacolo: incurvato, un pugliese con accento romano (tutto il teatro si impara a Roma) , innamorato del mito. Eh. Ha scoperto l’acqua calda. Pure Jung si rifaceva al mito per spiegare la psiche. Perché il mito non è altro che la storia dell’uomo. Il mito spiega tutto e tutto si spiega con il mito. Quindi parte, da bravo amante fittonato a parlarmi dell’Orlando furioso (mentre io cerco tento di capire quale mito origini la banshee, protagonista della serie tv Teen Woolf che ho visto con Little Boss); e lui parla, parla un casino, si commuove appena sente nominare Afrodite e Proserpina, poi passa a raccontare degli Argonauti, e poi mi dà delle indicazioni per capire che Goldrake in realtà era la rappresentazione del Minotauro e che le sette stelle sul petto di Ken Shiro sono quelle che gli imperatori dovevano avere per salire al cielo come divinità. Infine mi dice che I guerrieri della notte (il film del 1979) sono una trasposizione moderna dell’Anabasi di Senofonte. (in queste occasioni dovrei avere l’emoticon giusto…)

Insomma, Little Boss è lì che adocchia il salame sul tavolo dell’aperitivo (ancora inviolato), già sbuffa e io vorrei sapere se anche Heidi è una trasposizione di qualche dea, magari Era. Dopo un’ora di ritardo parte l’aperitivo. E la piccola si placa per un po’. Certo, ha ragione, siamo circondati da vecchi e qualcuno del settore, qualche attore, tutta gente che non conosco, ma ho visto e mi hanno visto, chissà quando e come (ma sì, Moon, eppure sei una faccia conosciuta…mah). Quindi, mentre io ascolto con il bicchiere di vino l’incredibile storia di un’ingegnere di nome Marina che a 30 anni ha mollato lavoro e marito per dedicarsi al teatro e ora vive a metà tra Francia e Italia (nel senso che la Francia la fa campare con il teatro e l’Italia no) , Little Boss spippola sul telefonino (che non prende, per nulla) sbuffa e mi dice: ma dobbiamo proprio restare?

Panico!

Cribbio, sì che dobbiamo!

Ecco, le previsioni si avverano, mi odierà.

Dai, le faccio, aspetta ancora un pochino, ora comincia. E per fortuna pure Vittorio si è stancato di fumare sotto l’acqua e rientra e prende posto sulla sedia e le luci si spengono e facendo girare il suo carillon comincia.

Racconta.

Racconta e basta.

Racconta partendo con questa frase: Il fatto è che noi non ci occupiamo più di anima. Mentre i Greci lo facevano. E lo facevano con il mito.

C’è un dialogo di Platone, il Simposio, forse il più conosciuto, che narra di una festa a casa di un poeta, Agatone, a cui sono invitati un po’ tutti: Fedro, Alcibiade, il guerriero, Aristofane, il commediografo, Pausania, lo storiografo, e, naturalmente, Socrate. Tema della serata? Eros, Amore. Le domande sono quelle: che cos’è? (ah, ah! Che risate che mi sono fatta!) , come funziona? È buono o cattivo? Ci fa bene o ci fa male?

E per tutta la sera ognuno dice la sua, fino a che non arriva il turno di Socrate, che dice, senza mezzi termini che Eros non è un dio, ma un daimon, un demone. Eros lo sciogli membra, lo chiama. Nato dall’unione di Povertà e Abbondanza sarà sempre in bilico tra queste due forze. E se Eros possederà il corpo, nascerà una creatura di carne e sangue; ma se possederà l’anima, nasceranno le idee. Solo chi ama crea. E wow!, mentre sono lì che mi scrivo alcuni punti, ecco che a questa frase mi fermo, inebetita, a ragionare che no, cazzo, me lo devo rileggere, il Simposio (magari non tradurlo, che palle, tradurlo, poi ti perdi il senso, e poi chi ci riuscirebbe più?) , e insomma sono lì che ascolto e Little Boss mi prende la penna e il foglio e mi guarda contrariata. Scrive la frase: Solo chi ama crea. Della serie, che fai? Non ti segni queste cose importanti? E lì capisco quanto la amo. Lei, che se ne voleva andare, ora è incollata agli occhi dell’attore sul palco, è attentissima. E Vittorio continua a raccontare, parla della nostra capacità di infuturarci , proiettare una relazione nel futuro, e io, io sola, so quanto vorrei perdere questa capacità che invece, a parer suo, fa muovere il mondo.

E poi passa a Tiresia, a Narciso, Europa, Teseo, Dioniso, è tutto un turbinio di racconti che si intrecciano, vanno avanti tornano (questa cosa che vanno avanti e tornano me l’ha detta Little Boss e, cribbio, io non ci avevo pensato, e allora come non può sciogliermi il cuore?) , tornano per raccontare dell’uomo, dell’uomo attraverso il mito ed è pure divertente, specie quando parla di Zeus che è un erotomane (che è vero). E il tempo in queste storie non conta, lo dice più volte, ed è vero, perché sono storie di allora e sono storie di ora, di mai e di sempre.

E conclude con la domanda che Aristofane fa durante il Simposio: perché per tutta la vita non facciamo altro che cercare di abbracciare un altra persona? E qui parte il mito per cui gli uomini un tempo erano doppi: quattro gambe, quattro braccia, due teste, due sessi. E poi Zeus, l’erotomane, siccome erano tracotanti e volevano sterminare gli dei, che fa? Li divide in due. La storia dell’anima gemella, sai? Quella lì. E per tutta la vita li condanna a cercarsi. Ah, e certo, di mezzo poi c’è lo zampino di Eros.

E mi chiedo quanto caso ci sia in tutte queste sincronicità junghiane.

E mi chiedo, tanti sono mai i miti, e i dialoghi che Vittorio poteva fare sul mito(mica fa sempre il solito, mi ero informata) che mi chiedo perché io sia andata a vedere proprio questo. C’è chi mi dice che io vedo i segni un po’ come cazzo mi pare. Vero. Lo faccio. Ma poi… boh. Forse guardiamo davvero solo ciò che vogliamo vedere. O forse c’è della magia da qualche parte. O forse la vita è questa, è piena di segni ovunque che ci vogliono indicare la strada. Tutto accade per caso nello stesso istante in cui tutto non accade per caso.

Uff. Chissà che noia, eh? Prima o poi riuscirai anche a dirmelo 🙂

Per ora ti dico grazie. Perché solo scrivendolo a te mi sembra di averlo vissuto davvero. E adesso questo è un altro tassello della mia vita, che si va ad aggiungere a tutti i tasselli. E un tassello sei tu.

Buonanotte”

Più triviale di un film di serie B

post 24
Sono decisamente spiaggiata, il sole mi morde la schiena e i polpacci, non ho voglia nemmeno di leggere: lo spirito delle ferie anni ’60 si è finalmente impossessato di me.
Io e Little Boss siamo sulla sabbia dalle nove di questa mattina (no, non è stato affatto facile trascinarla fuori dal letto, anzi, direi che è stata tutta una storia di moine -subito-, minacce -poi-, corruzione -infine-).
Arriva un messaggio: è l’Amico Speciale. Lui non ha il permesso (io non gli ho dato il permesso) di chiamarmi quando sono da sola con LB. Non che lei non lo sappia, che lui e io ci vediamo, solo che io ho le mie fisime e sono una vera rompicoglioni capace solo di mettere paletti con la scusa di salvaguardare mia figlia, mentre in realtà cerco solo di salvaguardare me (ho scritto una delle cose più oneste degli ultimi tempi. Quindi, se vi sembro un’arpia, cercate almeno di apprezzare questo).
Mi chiede come si sta al mare e io gli rispondo con una foto dell’acqua cristallina. Che fai?, chiedo poi.
Sono sul tetto di casa mia, devo sistemare l’antenna e un paio di embrici venuti via, risponde.
Non ho idea di cosa siano gli embrici (il mio vocabolario non è poi così ampio), ma fingo di aver capito, Buon lavoro! E poi penso a quanto sia sexy l’immagine dell’Amico Speciale che ripara antenna e embrici (non sono animali, vero?): deve avere qualcosa a che fare con qualche retaggio che mi si è attaccato in modo inconsapevole.
E così, anche se mi ero ripromessa di staccarla, questa spina, di nuovo la mia testa frulla mille pensieri, manco fossi un maledetto Kenwood. Tutta roba che ho già analizzato, oltretutto. Ad esempio: perché non ho la capacità di infuturarmi (Platone docet) con l’Amico Speciale? Non sarebbe un lieto fine grandioso? Non sarebbe maledettamente semplice?
Allora, ecco che me la racconto (io me le racconto un sacco):
Dopo un matrimonio devastante, Moon è triste, ferita e decisamente sfiduciata nei confronti del genere maschile. Si sfoga spesso con AS, che è capace di consolarla in molti modi (una delle sue capacità è sdrammatizzarla e lei è una che se non viene sdrammatizzata un po’ rischia il collasso). Passano due anni così, incapaci di muoversi dal primo punto nel quale si sono messi. È una storia immobile, la loro, dove nessuno dice (osa dire) una parola di troppo e se lo fa (Ti amo!) subito si mette a ridere (scherzo, dai!).
Ma a un certo punto qualcosa cambia. Moon si rende conto che l’unico uomo che le è sempre stato vicino in questi due anni è proprio quello che vuole accanto a sé per tutta la vita. Alla va da lui, gli dice: Ti amo, ma non ride. AS attende, convinto sia l’ennesima battuta, ma Moon è seria stavolta, ha lo sguardo serio, perfino le sue spalle sono serie, dritte e frementi – giusto un poco. Il campo si allarga, i due si abbracciano, si baciano, partono i titoli di coda sulle note di una canzone che tutti conoscono.

Ebbene. Non pare anche a voi che ci sia qualcosa che non torna?
Prima di tutto, cosa cambia in Moon? Secondo, siamo sicuri che AS non stia aspettando altro?
Naaa. Questa storia è più triviale di un film di serie B…