L’Amico Speciale

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Mi rigiro tra le mani uno di quelle casette da turisti, una palla di vetro con dentro una Mont San Michel in miniatura su cui piovono finti fiocchi di neve quadrati. È un regalo di una amico. Amico. Insomma. Diciamo un Amico Speciale. Un amico con benefits. Da due anni a questa parte l’Amico Speciale è stato spesso una spalla su cui piangere. E ho pianto un casino. È stato spesso un posto caldo dove rannicchiarsi nelle sere d’inverno. È stato spesso anche solo una presenza solida sul divano accanto a me, guardando film e documentari sulla seconda guerra mondiale (ognuno ha i suoi difetti). Cosa ci sia davvero tra noi ancora non lo so. C’è. Mi fa bene. E non mi voglio fare altre domande. 

L’Amico Speciale è tornato dalla sua vacanza ieri sera all’ora di cena e ha bussato ala mia porta. Occhiaie profonde, una bottiglia di vino in una mano, la palla di vetro nell’altra, un sorriso appena accennato che non necessita di altre parole. Ho messo su un po’ d’acqua e ho cucinato della pasta. In bianco. Lui si accontenta di tutto.

L’ho aggiornato sulle novità, gli ultimi messaggi folleggianti del mio ex, il progetto con il Grande Artista, il lavoro. Trenta minuti di chiacchiere ininterrotte (mie) e di lento masticare la pasta scotta (lui). Siamo in armonia per questo: io parlo e lui finge di ascoltare. E poi finisce sempre anche la mia porzione di pasta, che io non mangio per negligenza. 

Ho sempre detto più o meno tutto all’Amico Speciale, ma non so perché non riesco a dirgli di TDL. Non riesco a parlarne davvero con nessuno, come se fosse solo un parto della mia immaginazione o che so io, qualcosa che voglio tenere al caldo, solo per me. È un amore così fragile che mi sento in dovere di proteggerlo dal mondo. 

Comunque, dopo cena l’Amico Speciale ha iniziato a sbadigliare e mi ha chiesto se poteva restare a dormire. Viaggio lungo, sono tante ore che sono sveglio, una doccia e poi dormiamo? 

Mi sono stesa sul suo petto che profumava del mio bagnoschiuma mentre lui mi pettinava i capelli, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata subito. È stato un bel dormire. 

La mattina davanti al caffè gli ho detto: dovremmo farlo più spesso, di dormire insieme. Lui non ha detto nulla, mi ha dato un bacio sulla fronte e se ne è andato. Tornerà. Torna sempre. Di sicuro non torna per la mia cucina. Credo sia un po’ come stringersi l’una all’altro per non cadere nel precipizio. Ma senza tutta quella roba sulla disperazione. Ci teniamo stretti perché siamo lì entrambi e non c’è nessun altro. 

E ora che se ne è andato, io mi rigiro la piccola Mont san Michel tra le mani, bevo il terzo caffè della mattina e penso che alla fine tutta questa sfortuna non ce l’ho davvero. Guardo attraverso la palla di vetro e penso al mio futuro. 

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