Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

Quello che ancora non so di me

Post 50

 

Ci sono, non ci sono.

Vado e vengo.

AC/DC.

Non so perché ma queste parole me le ripetevo prima sotto la doccia, e di nuovo mentre mi asciugavo i capelli. 

Ci sono, non ci sono.

Vado e vengo.

AC/DC.

Oggi va così. Non sono sempre presente a me stessa, mi perdo, perdo, e non mi trovo. 

È come se stessi, a tratti, vivendo la vita di qualcun altro.

La conosco, questa sensazione. La conosco bene. Solo che erano mesi che non la provavo. Molti mesi. 

Tutto questo mi ricorda un mio professore al liceo. Dovevamo consegnare un tema sul Paesaggio interiore e si vede che il mio, di paesaggio, era davvero desolato o che so io, perché mi fermò, dopo le lezioni e mi disse: tu sei troppo sensibile. Usò quel Troppo. Non disse sensibile e basta, né molto sensibile, ma Troppo. Quindi, in un certo senso, mi stava dicendo che non andava bene, che avrebbe portato a conseguenze funeste. Ma certo, avevo sedici anni, in piena fase adolescenziale (allora l’adolescenza non arrivava a dodici anni, come adesso: eravamo un pelino più ritardati, diciamocelo), un po’ in crisi come tutti quelli che leggono Leopardi e restano affascinati dalla filosofia.  Tutto nella norma, quindi. 

Solo che ci penso anche adesso e scopro che forse tutti i torti non li aveva. Ancora oggi ci sono momenti che sono senza pelle, così vulnerabile a qualsiasi cosa che allora mi chiudo e stop, mi ritiro, come fa la mia tartaruga nel suo guscio, preferisco non parlare con nessuno, mettere la maschera del Va tutto alla grande (mia madre ancora ci casca), ma non andare oltre. Ogni parola potrebbe farmi male. 

E dentro mi sento così gelida, così invalicabile che ferirei anche chiunque si avvicinasse. E lo faccio. L’ho fatto e lo faccio ancora. Dovrei mettermi un cartello sulla fronte : keep out. Almeno le persone sarebbero avvisate.

Così, scrivendo, così è facile, lo ammetto. Sono io che parlo (scrivo), nessuno di fronte a me, nessuno a dire la sua nell’esatto momento in cui finisco di dire la mia. Così è facile. 

Nel momento in cui questa roba sarà sul web io mi sarò ricostruita la pelle, lo faccio sempre, è roba di poche ore, a volte, o pochi giorni. Ma ora, ora che vado e vengo, ora è complicato. 

Questo per dire che poi, alla fine, non sono così graziosa, diciamo che sono un mogwai. Carinissimo, certo, finché non gli date da mangiare dopo la mezzanotte: a quel punto ecco che arriva il gremlin. La mia capacità è di tornare un mogwai. E a trasformarmi in gremlin ci penso da sola, senza l’aiuto di nessuno. Sono un’ottima trasformista. 

Quello che ancora non so di me è come accade, perché accade e come impedirlo a lungo termine. Ma ci sto lavorando da anni, tanto che almeno ho capito che in certi momenti la gente la devo evitare. Ma punto in alto. 

Io punto sempre in alto per certe cose.