Fantasticare

Ho appena fatto la salsa guacamole e siccome ne sono davvero golosa sto cercando di distrarmi in qualche modo per evitare di finirla con una bella dose di tortillas e arrivare a cena con Little che mi rimprovera perché mangio fuori pasto. 

Nella frase sopra mi rendo conto che qualcosa non va, non crediate. 

Oggi ero in macchina e la macchina è, da sempre, il mio pensatoio (se qualcuno di voi ha masticato qualche Topolino, da piccolo, saprà che la parola non è uno dei miei soliti neologismi, ma l’ho rubato a Paperone). E fantasticavo.

Ora, questa parola, appena l’ho scritta, mi ha fatto venire in mente castelli, boschi, nuvole, draghi, principesse, valorose battaglie e tutta quella roba lì. In realtà fantasticare significa, per me, semplicemente toccare realtà parallele, cose che potrebbero accadere o che potrebbero essere accadute. È una sorta di E se… Kinghiano (un concetto che King esprime benissimo nel suo On writing e che lui definisce alla base di tutte le sue storie), ma con la mia vita che la fa da protagonista. 

Detto così sembra splendido. 

In realtà a volte non lo è affatto e difficilmente riesco a controllarlo. 

Alla base delle mie fantasticherie ci sono i disastri. Esco da casa per andare a prendere Little da suo padre (viaggio di andata+ritorno più o meno 15 minuti) e lascio la lavatrice accesa. In macchina non mancherò di pensare che la lavatrice si romperà, l’acqua finirà prima sul pavimento del bagno, poi inonderà il parquet in soggiorno e scenderà dalle scale, allegando la strada. Ok, questa fantasticheria prende spunto da una cosa che mi è successa davvero, in una delle mie vecchie case. Però io ero in casa e me ne sono accorta troppo tardi perché dormivo. 

Oppure. 

Sto, di nuovo, andando a prendere Little. Immagino di avere un incidente grave. Penso a chi potrebbe avvisarla senza farla morire di paura perché non sto arrivando. 

Oppure.

Penso che ci sarà una pandemia e ci saranno milioni di morti in tutto il mondo e io… ops. Questa è vera.

In ogni caso queste ipotesi di disastro immagino mi servano per prepararmi. Mi preparo al peggio, così non mi stupisco se accadono. Così ho un piano. Così posso fingere di controllarle. Ma so che in realtà non è poi del tutto vero. Watzlawick dice al contrario che così metto in moto una profezia che si autoavvera.  Che se ciò non vale per una casa che va a fuoco perché ho lasciato il fornello acceso per sbaglio, potrebbe valere per, che ne so, una litigata con Max (l’Amico Speciale): io mi pongo, psicologicamente, in una modalità da litigio, se così posso dire. E la cosa accadrà. Ma questa è solo un’ipotesi. Molto lontana a dire il vero. Perché io e Max non litighiamo mai. Mai. 

In ogni caso mi chiedo: queste mie strane fantasticherie non controllate che avvengono in auto mi fanno bene, tipo i sogni, oppure no? 

Un tempo il pensatoio era il posto in cui producevo tutte le idee per i miei racconti. Che poi non è che è cambiato molto, nei miei racconti ci sono sempre un sacco di tragedie. Come mi disse una volta mio padre: Io capisco, tesoro, che la vita dell’Ingegner Taldeltali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia e che la abbraccia felice prima di andare con lei a mangiare un gelato non interessa a nessuno, ma tutte quelle morti che metti nei tuoi racconti…

Caro papino, in realtà oggi la storia dell’Ingegner Taldeitali sarebbe una storia rivoluzionaria. Una storia da post Covid. Ecco la trama: dopo due anni di pandemia, dove sono morti alla piccola entrambi i nonni (uno era in una Rsa), e la madre ha avuto danni neurologici post virus, finalmente la bambina torna a scuola (in presenza), ritrova tutti gli amici che non vede da mesi e mesi, li abbraccia (perché può), sorridono e i loro sorrisi riescono a vederli, non li immaginano e basta da sotto la mascherina, l’insegnante fa una lezione commovente sulla società che è cambiata, sulla responsabilità che hanno loro, i piccoli studenti, di fare in modo che una tragedia simile non si ripeta, su tutto ciò che non è andato bene, ma anche su tutte le piccole cose che invece hanno messo speranza nei cuori delle persone. Poi la piccola (chiamiamola Alice) esce da scuola. Suo padre, l’Ingegnere Taldeitali, è lì fuori che la aspetta (in mezzo a decine di altri padri e madri)e allarga le braccia. Alice gli corre incontro e lo abbraccia. Come è andata, piccola?, chiede il padre.  Come se fossi nata oggi, risponde la piccola , anche se  magari potrebbe non essere così piccola, sennò questa risposta è un po’ troppo, che ne dite. Va beh, mica era una storia perfetta. Era solo per dire a mio padre che sì, anche la vita dell’Ingegner Taldeitali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia può interessare a qualcuno. 

E nel frattempo un paio di tortillas con la guacamole me li sono fatti fuori.

Merda. 

Libris et ceteris

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Quando era piccola, all’incirca dieci anni o giù di lì, avevo i capelli lunghissimi. Ricordo che era la prima cosa che si notava di me, sebbene il colore fosse un banale biondo scuro.  Mia madre forse non si fidava a darmi in mano un phon, o forse non ne avevo voglia io, di asciugarli. Di sicuro non ne aveva voglia lei. E come darle torto: dopo essere uscita di casa alle sette del mattino, aver accompagnato i figli a scuola, aver lavorato tutta la mattina, essere tornata a casa per preparare il pranzo e di nuovo a lavoro nel pomeriggio, di nuovo preparare cena… insomma, non è che hai proprio voglia di metterti ad asciugare i capelli di Raperonzolo junior. E così d’estate mi metteva seduta con i capelli al sole nel nostro enorme terrazzo (un terrazzo che era più grande della mia casa di ora), mentre d’inverno mi metteva seduta sotto un casco. Non ricordo come diavolo si fosse procurata questo attrezzo un po’ retrò, forse nemmeno lei se ne ricorda più. In ogni caso avevo solo due opzioni durante le mie (inutile dirlo: lunghissime) sedute dal parrucchiere: non fare nulla e guardare nel vuoto, oppure leggere. La prima opzione era da escludere per una come me già dall’infanzia. Ricordo ancora le furiose litigate con mia madre quando chiamava per cena e io gli rispondevo: non posso, devo finire di giocare. Quando ero a tavola, poi, due bocconi e ripartivo subito a razzo. Immaginate quindi la tortura di non dover far nulla sotto a quel casco. E io leggevo: La piccola Dorrit(letto quasi fino a conoscere a memoria le pagine), Papà gambalunga, il tristissimo Remì, Piccole donne (con tutti seguiti). E poi verso i 13 anni ho iniziato con King: Carrie,La zona morta, Le notti di Salem. It. It per me è stata una vera rivelazione. Il primo libro lunghissimo della mia vita, letto in meno di un mese. Sebbene in casa mia tutti fossero lettori, la libreria in salotto fosse davvero gigante e i miei mi incoraggiassero a leggere, da sempre, il mio fervore verso King non fu visto di buon occhio. Mia madre credo non abbia cambiato idea, sebbene poi si legga della roba che boh. Insomma, per farla breve il mio posto preferito per leggere era sotto il letto: una torcia, una coperta e un libro (di King: quell’anno riuscii a comprarne davvero tantissimi, complice il fatto che erano già usciti tanti tascabili e ci rientravo con la paghetta.

Ho gusti variegati in fatto di libri, amo autori fuori dal coro, come Brautigam, la Bender, la Holmes, Foer, tra gli italiani amo alla follia la Postorino, la Parrella, Cognetti, gente che non fa numeroni forse (a parte il Cognetti dello Strega, ma io lo amavo anche prima), non apprezzo Malvaldi (ma mi sta simpatico, l’ho conosciuto a una sua presentazione a numero chiuso e abbiamo parlato un po’. Più che altro di quanto io mi sentissi una principiante), detesto Camilleri (giusto per restare nella stessa casa editrice) aborro Volo (e dopo averlo letto lo aborro ancor più).

Ma l’amore per King non passa mai.

Quell’uomo mi inchioda alla pagina come nessuno riesce a fare, siano racconti brevi che romanzi di 800 pagine: una volta iniziato devo finirlo. E ci penso giorno e sera, nulla da fare, non mi stacco dalla pagina nemmeno quando cucino, non mi distrae la musica a tutto bordone della fiera di paese, sembro posseduta.

I bei libri mi fanno questo effetto, come l’amore: mi prende completamente e non mi lascia respirare, non ho occhi che per lui, non ho altri pensieri e mi devo costringere a ricordare gli Elementari: mangiare, bere, fare la pipì.

Ma nonostante la follia, è una sensazione unica, bellissima, forse un po’ malata penserebbe qualcuno, ma io ormai a quei qualcuno non faccio più caso, non mi toccano più.

La mia piccola digressione (posso parlare di digressione in un blog che si fonda sulle digressioni?) era per dirvi che sono stata innamorata per una settimana. E che sento che è un periodo di amore, questo. Sento il bisogno di innamorarmi ancora e ancora.

Il mio prossimo amore si chiama Kristen Rouperian e me l’ha presentata l’Amico Atipico. L’ho conosciuta ieri sera e già sbavo per lei. Buffo come certe persone riescano a capirti talmente tanto da riuscire ad azzeccarti un libro. Perché azzeccarmi un libro non è poi così facile. Ci vuole molta abilità. Serve guardare davvero.

Non finirò mai di dirlo: la mia rete è fantastica…