Capire un tubo

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Sto aspettando che sia pronta la mia nuova droga per questa primavera 2020: la tisana. Zenzero e limone, melissa, pepe e arancia… ho una scorta che nemmeno al Bar del mio Ristorante. La roba calda mi dà conforto, ora che di conforto ne ho bisogno. E allora mi sono messa pure una playlist No stress (così dice Spoty, vediamo se è vero). Aspettate: ci metto pure un incenso e faccio l’en plein.

La mattina non è partita nel migliore dei modi. Ieri sera mi sono incollata alla tv per sentire Conte e la fase 2. Come dicevo, non è che mi ci sia fissata in questi mesi a ascoltare conferenze stampa e affini, soprattutto nel primo periodo. Ma ora, che siamo a quasi due mesi di resistenza (perdonate, ma ci sta bene) come tutti sono un po’ansiosa (leggi: nevrotica). Voglio sapere di che morte devo morire. Quando tornerò a lavorare, a passeggiare. Mica noi italiani abbiamo poi tutte ‘ste richieste assurde. Ma soprattutto: quando potrò rivedere l’Amico Speciale. Perché non è che io sia stata poi tanto esigente, sono stata buona e zitta per tutto questo tempo, ho sopportato con la faccia da martire le videochiamate e i baci dati alla telecamera, ho sopportato le notti da sola, il freddo nel letto. In attesa della famosa fase 2. Sono stata bravissima in tutta questa quarantena: quando mi hanno detto che non potevo passeggiare non ho passeggiato, quando mi hanno detto che non potevo uscire dal mio comune nemmeno per andare a fare la spesa io non ci sono andata, quando mi hanno detto di fare un’autocertificazione e poi un’altra e poi un’altra ancora l’ho fatto, quando hanno detto che dovevo indossare la mascherina sempre, beh, l’ho fatto, anche per andare a buttare via la spazzatura, mai a fare la spesa più di una volta a settimana (il mio frigo è ancora lì con il dito medio alzato), mai senza essere in regola.

E tutto questo perché attendevo il graduale ritorno alla semi normalità. Dentro di me, una me che urlava, dicevo: finirà. Nulla dura per sempre.

E poi quando ieri sera ho ascoltato Conte. E poi quando stamani ho letto: solo congiunti. E poi mi è scappato il nervo dal collo e ero una belva: è così che mi ripaghi, perché sono stata brava se non posso vedere il mio compagno nemmeno ora? Quanto ancora dovrò aspettare?

e quindi nulla, stamani ero proprio dell’umore giusto, così mi sono detta (come altre mille volte in questo periodo –e solo in questo, badate bene, che di solito no. Di solito no): faccio gli gnocchi.

Sabato ho fatto i pici, la pasta brisè, domenica le trofie, come dice Adri ormai sono pronta anche io per la Prova del cuoco al posto della Prova costume.

E quindi ho lessato le patate, impastato, fatto i miei gnocchetti deformi e oplà, eccomi lì bella contenta. Avevo fatto un casino in cucina che la metà bastava e quindi mi sono messa a pulire. Ed ecco che sento uno strano rumore da sotto il lavello: apro il cassetto (che è sotto al lavello) e c’è un lago… smadonno e guardo: il raccordo del tubo di scarico si è sbriciolato. Il tubo è in giro per i fatti suoi e l’acqua piove come se non ci fosse un domani.

Ora, sempre nello sculo di un tubo che si rompe, meno male che l’emporio del mio paesello ha tutto ed è aperto. Corro da SuperMario(il padrone dell’emporio)e mi faccio consigliare quasi in lacrime. Lui fa: tranquilla, è facile, ecco il pezzo, lo cambi e via.

Adoro gli uomini che mi dicono che cambiare tubi è facile. Ma ho scelta? Voi lo chiamereste un idraulico ora? Beh, io l’avrei chiamato se non avessi risolto da sola.

Ma SuperMario aveva ragione: cambiare il tubo è stato facile, un po’ più difficile è stato lavorare sotto al lavello (con il cassetto di cui sopra nel mezzo). Con l’acqua che poi ho dovuto asciugare in casa ci potevo riempire una piscina…

Alla fine ero quindi incazzata per due. E l’incazzatura si vede che l’ha sentita pure Palazzo Chigi, perché ho visto che si è affrettato a precisare che anche i compagni possono essere considerati congiunti. Anzi, preciso: affetti stabili.

A volte vedi che incazzarsi serve?

E, aggiungo, gli gnocchi erano pure buoni. La salsa l’ha fatta Little. E qui postillo solo un pochino: questa quarantena ha fatto uscire il suo lato collaborativo. E ora apparecchia, cucina (va beh, sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre sui fornelli), sistema la sua stanza…

Termino concludendo in un modo inaspettatamente ottimista per me: oggi ho imparato:

a)che incazzarsi serve

b)che so cambiare un tubo da sola (ora vediamo però se il raccordo regge, visto che sono riuscita a stringerlo solo con le meni)

c)che so fare pure gli gnocchi, quindi il giovedì da qui in avanti sono apposto

d)che Little sta crescendo (sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre ovunque!)

 

Non esiste (per me )saggezza

post 197

 

 

Dell’ordinario in un mondo straordinario ho già parlato.

Ma dubito che ci sia molto altro da scrivere, arrivati a questo punto.

Passo la mia vita ad inventarmi occupazioni. Poi il gran culo che ho a volte vuole che non sia a trovarmele, ma altri. Il mio Capo, per la precisione, che mi ha regalato un bel corso on line di Montersino, un corso professionale di pasticceria, che io sto seguendo pedissequamente.

Imparo quindi (o reimparo?) la gestione degli impasti base, ma soprattutto imparo (quasi da zero) i trucchi chimici che mi permettono di non sbagliare le ricette. Cosa significa: che lo zucchero si sciole nel 33% dei liquidi, che un semifreddo, per essere mangiabile a -18, deve avere il 23% di zuccheri, che i grassi e gli zuccheri aumentano la conservabilità, che esistono termini come sineresi, in pasticceria, e io che credevo fosse una figura retorica…  (sì, ok, l’ho confusa con la sinestesia, scusate, mi sento totalmente inabile in ogni campo, adesso, dal tedesco che sto imparando -mio padre lo sa e mi manda mille frasi per me indecifrabili ogni sera- alla grammatica, finirò con scrivere Ho, senza acca, il mio cervello si scinderà in tanti piccoli atomi inutili e tutto il mio sapere – che è davvero poco- tenderà a volatizzarsi, un po’ come le varie parti di me che avevo descritto pochi giorni fa).

Ho generalmente poca fiducia nelle mie capacità. È innata, come cosa, potremmo freudianamente ascriverla al comportamento di mio padre, che mi fa sempre sentire un’ignorante quando non so le cose che sa lui (ma quando io so cose che non sa lui allora il discorso cambia, ovvio: sono io che so cose che non servono, inutili. Così come sono sempre io che amo scrittori che a lui non piacciono, come sono sempre io che faccio le cose che lui non approva. Il discorso sarebbe lungo e complesso. E tedioso. Come le nostre attuali conversazioni). In ogni caso so cosa mi piace: imparare. Anche se poi non so bene cosa posso ricavarci (vedi il tedesco), a me imparare piace.

Il mio Boss disse una volta che amavo fare la maestrina. Nonostante la cosa al tempo mi ferì lievemente, e incredibilmente fece restare attoniti i presenti (forse imbarazzati per me), io in realtà so che ha ragione. Al meglio delle mie capacità io so che amo imparare per insegnare. Amo apprendere, la ricerca che implica, l’impegno che ci vuole. Così come, una volta appresa una cosa (che però, attenzione: deve darmi gioia- ma di solito lo fa-)amo dirlo al mondo intero.

Così ora vorrei potervi fare una bella lezione sulle creme di base, dalla crema pasticcera alla namelaka, passando un secondo per i semifreddi (senza giungere al gelato, che vorrebbe un po’ di ripasso teorico).

Ma se c’è un’altra cosa che ho imparato ( e questa l’ho imparata empiricamente) è che alla gente spesso non frega un cazzo di quello che al momento frega a te. Ed è giusto. Comprensibile. Io stessa mi registro così sul mondo.

Quindi c’è sempre questa estenuante ricerca di chi ti comprende in un momento in cui vuoi essere compresa esattamente nella stessa misura in cui lo vuoi e per cosa vuoi in quel momento.

Va da sé che questa ricerca è deleteria. Anche questo imparo a livello empirico.

E quindi come concludo? Che non esiste saggezza, direbbe qualcuno. Carofiglio, per essere esatti.

Io, poi, di saggezza, so davvero ben poco…

Imparare

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Ho ancora un’ora prima dell’appuntamento telefonico con la Psicologa del gruppo di scrittura, che (molto disponibile, disponibilissima)risponderà alle mie domande sul narcisista covert, questa figura a me (ora parzialmente) sconosciuta.

Il mio racconto è già partito, Arianna, la protagonista e mia nuova figlia, sta facendo quello che deve fare e ricordando quello che deve ricordare. La sua storia è già scritta, in un certo senso, i racconti si scrivono da soli, noi siamo solo il braccio, le dita e qualche correzione di sintassi e grammatica, se la conosciamo. Ho sempre pensato che quando un personaggio nasce, poi fa come gli pare. Tu vuoi fargli fare un’altra scelta? E no, lui si impunta e tornerà al punto di partenza, perché decide lui, è la mia vita, sembra dirti, tu devi solo registrare, le scelte me le faccio da solo

Buffa, a volte, questa cosa della scrittura…

Ma non era questo che volevo dire, oggi.

È che ieri sera prima di dormire mi sono segnata una cosa sul foglio che ho sul comodino, ho segnato questo verbo: imparare. E stamani me ne ero dimenticata, ma poi ho letto una cosa che me lo ha fatto ricordare e quindi ho fatto tutte le cavolo di cose che dovevo fare questo lunedì mattina, Little Boss al pulmino, passaggio all’asl, spesa, fotocopie e poi di nuovo asl, un brindisi con cornetto e cappuccino, me ne sono tornata a casa e ho ripreso il foglio.

Pensavo a tutte le cose che ho imparato nella vita. E a come le ho imparate.

Avevo cinque anni quando mi resi conto che mia sorella con le sue amiche andavano più veloci di me in bicicletta. E mi lasciavano sempre indietro.  Loro viaggiavano su due ruote, io su quattro. Così decisi di imparare. Eravamo al campeggio e davanti alla nostra roulotte c’era questa strada lunga e grande (che ora posso dire che era solo un viottolo, ma la tempo mi sembrava una quattro corsie), tutta ricoperta di ghiaia. Mi ci misi la mattina, dopo che mio padre ebbe tolto le due rotelline. A sera avevo imparato, ma avevo dei buchi sanguinanti su entrambe le ginocchia. Uno lo vedo ancora.

Mio padre mi ha sempre detto che prendo troppo dal mio corpo, io ho sempre pensato di essere il classico mulo da soma. È così che faccio tutto, che imparo tutto: me lo metto in testa e sgobbo come una dannata fino a che non ho imparato. Con sudore, sangue (anche reale) e fatica. Sono ostinata, dopotutto. E se una cosa la voglio imparare la imparerò, se una cosa la voglio fare, la farò.

E va da sé che non tutto quello che ho imparato l’ho voluto, non volevo imparare il dolore, per esempio, ma è successo.

Ma poi ci sono cose che, nonostante gli sforzi, non sono riuscita mai a imparare. E quando me ne rendo conto mi sento spiazzata. Tutta la mia sicurezza sul mulo da soma eccetera. Ho sempre ripetuto a me e agli altri una frase che pare uscita da un manuale di autoaiuto per negati: se vuoi, puoi.

Eppure. Eppure ho sperimentato che non è affatto così. Certo, non sto parlando di cose banali: se voglio imparare a cucinare le cime di rapa in salmì lo farò, d’accordo.

Ma non ho imparato ad esempio a prendermi cura di me. O a gestire una relazione. O a essere meno impulsiva. E tante altre cose.

Una parte di me mi dice che se queste cose non le ho imparate è perché non voglio impararle davvero, perché non me ne frega nulla. Questo dà ragione alla mia teoria del Se vuoi, puoi, dopotutto, e il mio senso logico ne esce vittorioso. Ma c’è sempre un piccolo dubbio che mi non mi fa depositare la questione nel cassetto in alto del mio cervello.

In ogni caso stamani imparerò qualcosa. Tra meno di mezz’ora.

E il risultato sarà, di nuovo, Moon+1. Un’operazione che spero tenda all’infinito.