Morte e Amore (capovolgiamo Leopardi)

fullsizeoutput_d93

 

 

Stamani ho ucciso un animale.

Nella mia ignoranza zoologica credo di aver ucciso un furetto. O una donnola. O una faina. Dalla foto potete dare suggerimenti.

Ci ho pensato tutta la mattina: non era una volpe, né uno scoiattolo grosso. È il primo furetto (o donnola, o faina, o altro) che uccido.

Ho ucciso un gatto, una volta, anni fa. Era un gatto bianco, mi sfrecciò sotto le ruote alle quattro di mattina, stavo andando a lavorare. Il gatto non sono riuscita a evitarlo: un vero suicida nato: se ci penso ricordo ancora il rumore delle sue ossa sotto le ruote, una cosa da brivido che non consiglio a nessuno.

Stamani ho provato a frenare. Mi sono quasi fatta tamponare dalla macchina dietro, che mi ha suonato, ho cercato di sterzare, ma nulla: seppur nell’incertezza visiva avevo la certezza fisica. Mentre tornavo a casa ho guardato a lato strada: e al punto giusto eccolo lì, la lingua fuori dalla bocca, lungo disteso sull’asfalto: TDL non ha fatto il suo lavoro (non so in realtà se questo rientra nel suo lavoro, ma mi piace pensare di sì).

Ho ucciso. Brutta cosa se la pensi così, mi ritengo però fortunata che il suicida stavolta sia stato un animale di piccola taglia, non un cinghiale, non un capriolo, come spesso è accaduto. A morire potevamo essere in due, altrimenti. A volte basta un attimo.

Ecco cosa penso: basta un secondo di distrazione, un messaggio sul telefono, un pensiero a persone perdute. Basta un secondo e non sei più la certezza di qualcuno: sei solo un fantasma. E il mio primo pensiero va alla piccola Boss, che cosa farebbe senza di me? Oh, beh, sì. Lo so che se la caverebbe lo stesso. Che io non faccio poi così la differenza. Ma se non fosse così? Che assenza lascerei nel suo cuore? Come vorrebbe colmarla?

Vivo perché viva qualcuno che non è me.

Lo faccio da 12 anni, quasi 13.

Nella banalità di uno stupido furetto (o donnola, o faina, o altro) che ti attraversa la strada non riesco a non vedere il senso della mia vita ora. Che poi è il senso della mia vita da quando lei è nata. Buffo come la vita ti si spieghi tutta, in certi momenti, cristallina, lucida da far paura. Tu sei tu per te, ma sei tu anche e sopratutto per qualcun altro, che poi è il qualcun altro che ami.

Si vive solo per amore.

Non ci sono alternative.

È l’Amore la forza che muove queste inutili vite.

È l’Amore che conta.

E quindi torno all’inizio, come in uno stupido circolo vizioso, mi mordo la coda, mi chiedo ancora cosa sia, questo Amore. La parola vuota per eccellenza, quella che tanto disperatamente voglio riempire.

Conosco perfettamente solo l’Amore per Little Boss.

Tutto il resto è ancora da definire, inscatolare, mettere via.

Ma va detto che nella mia breve-lunga vita di cose diverse ne ho assaggiate eccome. Cose provate, cose fatte provare.

Chissà quale di queste si poteva davvero chiamare Amore…

Resistere

post 126

 

L’ultimo mese è stato davvero un delirio.

Mi sono fatta un mare di seghe mentali. Inutili, vero. Verissimo. Ma che posso farci? Sono fatta così. È come se dovessi prima sondare tutte le possibili mie mancanze prima di decidere come è sul serio una situazione. Quindi la prima mossa è sempre: moondarsilemazzate. Poi allora posso guardare oltre. Ho uno spirito masochista davvero pronunciato… in ogni caso che il mio Ego non era un granchè si leggeva nelle premesse.

Insomma, il fatto è che mi sono schiantata di nuovo il naso contro il muro. Pare che sia lo sport che nell’ultimo anno prediligo.

E il naso ora mi fa un male cane, roba che mi hanno visto decine di dottori e nessuno è in grado di darmi un antidolorifico adatto. Ho provato quindi una mistura della nonna, roba che conoscono in pochi, ma che mi funziona sempre. E un po’ così mi pare stia meglio. Però pare che la mistura abbia effetti collaterali. Vabbè, intanto sto meglio. E poi ho un altro rimedio homemade,usato in realtà da tutti quelli che hanno il cuore spezzato: la rabbia. Essere incazzati fa bene, se ne limita l’uso. E io ne avrò un uso limitato. Ma siccome ho il naso che mi fa male e il cuore (di nuovo) spezzato, cercherò di non scriverne. Prima di tutto perché credo che stavolta sarebbe davvero non utile, servirebbe solo a ricordare. E io voglio dimenticare il prima possibile. Ho dalla mia che il Giappone è lontano e lo Shogun non guarderà da questa parte: non ci ha guardato prima, figuriamoci adesso.

Secondo, non voglio annoiare nessuno con l’ennesimo sfogo inutile e piagnucoloso. Non è il sistema per andare avanti. Mi sono già sfogata abbastanza, insistere non servirebbe a farlo diminuire, il dolore, ma solo a aumentarlo. Perché resto sul pezzo, no?

Ma questo non significa che è già tutto finito, risolto. Ci saranno momenti (spero pochi, pochissimi, inesistenti) in cui… avete capito, no? Mi terrò lontana dalla tastiera, allora, ben lontana. Ci proverò, perlomeno.

E poi sarà anche stata sfiga, certo, io ce l’ho attaccata addosso come un marchio di fabbrica, ok, oppure non sono brava a darmi retta quando mi do buoni consigli, tendo sempre a seguire il cuore e mai la ragione.

E ora però mi sa che vi dovrete sorbire un po’ di cinismo, quindi, che è la conseguenza esatta della rabbia di cui sopra, un po’ di sano cinismo, come ai vecchi tempi, qualche comportamento da stronza, un po’ di sano egoismo, qualche dose di cianuro, liquido letale che viene fuori dalle mie ferite aperte.

Ma poi, certo, finirà anche questo, di dolore. Oppure, come sempre, mi ci abituerò, come ho fatto con gli altri. Quello che è certo è che mi rialzerò. È una questione di rete, quella che con tanta fatica mi sono costruita negli anni. La mia rete salvavita sono gli amici, come mi ha giustamente ricordato oggi l’Amico Atipico. Ho una bella rete intorno e subito la rete si è attivata. Forte, decisa. Come solo lei sa fare. Stavolta, incredible but true, pure mia madre ci si è messa, ha lasciato perdere le critiche e mi ha solo abbracciato. Passerà, tesoro, mi ha detto, ci vuole Tempo, ma passerai anche questa, sei una donna forte.

Ho imparato un sacco di cose anche con lo Shogun, nonostante tutto. E da lui ho imparato che sono un soldato. Un soldato ferito in battaglia è sempre un soldato.

Non smetterò certo ora di combattere.

Bilanciamenti

post 125.jpg

Quello che dovrei fare ora:

bilanciare il gelato alla crema.

Quello che effettivamente faccio ora: fumo e scrivo qui.

Quello che dovrei fare:

andare almeno a letto e dormire, dopo 11 ore di corso intensivo di gelateria.

Quello che faccio ora: pensare ai miei fantasmi.

Quello che dovrei fare:

ascoltare musica allegra.

Quello che faccio:

ascolto Lonley day dei System of a down.

Insomma, siamo d’accordo che faccio tutte le cose sbagliate, no?

Sono la maga delle cose sbagliate, la razionalità mi incula sempre con questa storia.

Ma nonostante tutto sto meglio. Il mio cervello oggi ha avuto da mangiare. Poi non fate il conto che ha avuto da mangiare pasta e pane e ho un cervello celiaco, ha mangiato, comunque. Non si è autofagocitato come fa di solito.

Ho un altro corso. Pare che la mia vita sia intervallata da corsi di aggiornamento molto frequenti se leggo questo blog: da che l’ho iniziato(agosto) ne ho già avuti 3: uno di cucina, uno di cocktail (che ho fatto io) e ora uno di gelateria. Questo è il peggiore dei tre. Perché è costoso (500 euro al giorno, che vabbè che non sborso io, ma il peso del corso si fa sentire); perché ha a che fare con chimica e matematica (le mie nemiche da sempre, anche se ne sono attratta, come alla fine sono attratta dalle cose che mi fanno male); perché mi sa(non ne ho ancora la sicurezza, ma vedrai che ho ragione) mi porterà via tanto tempo per studiare, visto che io sono così: non le concepisco le cose a metà.

In ogni caso trovo un elemento molto positivo in queste tre giornate di massacro: il mio piccolo neurone è impegnato a fare calcoli, proporzioni, percentuali, si deve barcamenare con tabelle e deve ricordare cose come il POD o il PAC dei vari zuccheri, il loro RS eccetera.

(Parentesi per chi crede che fare il gelato sia una cosa facile: col cazzo: aprite un libro di Luca Caviezel e poi ne riparliamo, ok?)

Quindi, dicevo: neurone impegnato nei bilanciamenti = neurone non più impegnato nelle sue varie seghe mentali. Il che equivale a meno dolore. Ottimo risultato, caro Gelataio. Che poi il Gelataio che ci (mipiù che altro, visto che le allieve sono solo due e una ha già dato forfait) sta insegnando sembra anche un tipo in gamba, uno pipato con i prodotti naturali, veri, gusto più che marketing, insomma, quando impari da uno che ama il suo lavoro è sempre una cosa grande. E io amo imparare cose nuove.

Una volta TDL mi disse una cosa che mi fece sorridere, e ora me la ricordo perché in un certo ha ragione: è come se tu volessi riempiere continuamente la sacca del tuo sapere. Una cosa non ti entra? Ce la pigi a forza.

E ora pigio a forza questo, forse. Ma alla fine può farmi comodo, come tutte le cose che avrò imparato.

Quindi calcolo. Bilancio. Alla fine la vita stessa è un bilanciamento per far tornare tutto, no? Somma degli ingredienti che sia pari a 1000, e se non torna bisogna aggiustare il tiro, togliere da una parte e aggiungere dall’altra.

Intanto vado ad aggiustare il bilanciamento della crema. Che per bilanciare la mia vita ho ancora strada da fare…

 

Il Museo dell’innocenza

post 119

Mio padre oggi mi riporta indietro di qualche anno. Alla prima volta che ho visto un Nobel, Oran Pamuk. Alla prima volta che ho sentito parlare del Museo dell’innocenza.

Ed ecco cosa scrivevo, al tempo:

(Pietrasanta, 8 Giugno 2013)

Arriva sul palco, il Nobel, che quasi te lo aspetti luccicante come una moneta preziosa, niente a che fare con quest’uomo normalissimo, emozionato e titubante. 

Prende la parola il suo editore, Einuadi, e il loro prologo è tutto per Istambul, per quelle rappresaglie, per quella paura della guerra civile che tanto lo atterrisce e disarma in questi giorni. Ammette di essere qui con il corpo e là con il cuore.

Io, da ascoltatrice, avverto questa dicotomia e non riesco a capirla all’inizio: sarà il traduttore? Sarà il viavai di gente continuo? Sarà che sono lontana?

Ma quando si entra nel vivo, quando inizia a parlare del suo libro, “Il museo dell’innocenza”, ecco che i nostri fili si allacciano e io sono pronta a farmi trascinare in questo viaggio verso la Turchia. 

«Il museo è vero» dice. 

E io non capisco.

Mi ci vuole davvero molto tempo -molte parole- per arrivare alla comprensione di questo duplice progetto, studiato per anni e finito di realizzare solo quindici mesi fa.

“Il museo dell’innocenza” è un libro che parla di un uomo innamorato. E di tutto ciò che ruota intorno all’amore. O Amore. Quindi felicità, rabbia, frustrazione. Il protagonista, Kemal, nel corso del romanzo raccoglierà gli oggetti che per lui rappresentano questa passione -osteggiata- verso la donna amata. 

Ma mentre scriveva, Pamuk non aveva in mente solo il romanzo: davanti a lui c’era la voglia di creare un luogo fisico per questo suo personaggio: un museo, appunto.

Il viaggio è duplice, allora: c’è “Il museo” romanzo e il museo reale, che contiene gli oggetti raccolti da Kamal: entrando dentro il museo entri dentro il romanzo e viceversa. Ma sono i sensi coinvolti ad essere differenti. Resta il fatto che questi oggetti incarnino una storia, la raccontino.

 Il romanzo sconfina nella realtà: Kemal chiede al suo amico Pamuk di creare per lui il museo. E Pamuk esegue gli ordini del suo personaggio. Non solo. Crea un catalogo museale, “L’innocenza degli oggetti”, che è di per sé strutturato come un romanzo.

«I musei mi piacciono», afferma Pamuk. Ma troppo spesso, specie quelli orientali, sono una dichiarazione politica. Non sono solo una sede artistica, ma anche politica. Guardando un museo in Cina, ad esempio, non puoi che restare stupito dall’immensità, dalla floridezza, e finire per elogiare la Nazione.  Ma non premia l’individualità, non ti dice niente sul cinese.

Il suo progetto vuole fare questo, invece, premiare l’individualità. Perché se mai c’è un parallelo tra museo e arte della scrittura è che entrambi fanno vedere i dettagli minuti che compongono la vita. 

 

 

Ritornare lì con la mente è stato bellissimo oggi. Rivivermi. Ricordarmi che ci sono anche queste cose che hanno influenzato il Moonverso.

Cacchio se ho voglia di rileggere quel libro, ora…

 

 

 

 

 

 

 

Sorellanza

post 113

 

Oggi ho questa specie di frenesia: ho bisogno di parlare con Ale.

La mia dolce amica del Sottosopra, l’addestratrice di fate e folletti che se ne sta in mezzo ai boschi.

Ma non messaggi, telefono: proprio della sua presenza fisica, ho bisogno. Avrei bisogno. Condizionaliamola, sta frase.

Mi manca terribilmente e parlare di lei me la fa mancare ancora di più. Siamo fatti così, è vero, ci si abitua a tutto, alla fine, anche all’assenza, ma mica sempre, eh. Mica sempre. E quando mi succedono cose strane, cose che non capisco e che so che lei invece può sbrogliare, perché lei è bravissima a sbrogliare le cose ingarbugliate, ha proprio il dono dello sbrogliamento, allora la sua assenza pesa come un macigno. Perché la sua capacità è anche quella di sapere quale strada percorrere per riportare tutto alla realtà, tutto qui, sulla terra. Senza di lei, mi sono resa conto, sono un po’ più alla deriva, mi manca una parte, la parte che mi guarda da fuori, che mi conosce, che percepisce i cambiamenti e sa quali sono veri e quali mi passeranno. È come un gancio. E io oggi mi sento sganciata.

Perché nonostante tutto il mio impegno, tutto il mio dannato studiare, leggere, capire, analizzare, auto analizzare, scrivere eccetera, a volte manco di senso pratico (ma è esattamente questo? Senso pratico? Non so, forse è altro, qualcosa che è legato ai piedi per terra, sì, ma … non lo so, se mi viene il concetto giusto prima di terminare correggerò).

E lei è quella cosa lì, tra le altre mille.

E so, lo so, che sta lassù tra i boschi per salvarsi la pelle, so, lo so che questa è la sua vita e la sua scelta, so, lo so che sono felice che lei stia cercando la sua strada, ma so anche, lo so, che mi manca e alla fine un po’ egoisti lo siamo, noi bipedi.

In questa vita lunare, la nuova vita dopo quella vecchia, le cose si stanno assestando. No, non è vero, non sono le cose, sono io che mi sto assestando. Ho ripreso dei ritmi, ho stabilito obiettivi, mi ci sono voluti anni, ecco, quando dico che riesco a riconoscermi allo specchio, ora, sto dicendo anche questo. So cosa voglio, so dove voglio andare e, nonostante i mille problemi, le difficoltà, i cambiamenti, le instabilità, io sono stabile. O meglio, mi sento stabile. Sento che posso contare su di me, il che non è poco. E ho un sacco di amici, in questa vita lunare, veri, sinceri, vicini in molti modi. E sento che posso contare anche su di loro, sulla mia rete di salvataggio (e spero che loro contino su di me allo stesso modo, ovvio).

Quindi sto bene. E negli ultimi tempi sto ancora meglio grazie a un tizio che viene dal Giappone.

Non mi manca Ale perché sono sola. Mi manca Ale perché è una parte di me.

Ci sono poche cose come la sorellanza.

La vita va sorrisa

post 112

 

Lunedì, giorno di festa, mi sveglio intorpidita, ma con una strana (per me) sensazione di relax. Quante cose accadono in tre giorni, penso.

Ho notato che l’universo desidera che io abbia delle overdose di felicitàdi recente, e così mi manda lo Shogun a sorpresa insieme alla mail di un’altra rivista che pubblicherà un altro mio racconto i primi di Aprile. Una diversa versione della Teoria dell’Universo dice che è il mio momento (devi sfruttarlo). Un’altra ancora dice che lo Shogun porta fortuna. Fatto sta che io ho ricevuto in regalo tanta bellezza, di nuovo, e mi dico, Beh, Moon, goditela finché dura. Che già lo sai che le seghe mentali sono sempre in agguato, nonostante tu abbia coscienza che sono seghe mentali. E infatti ho rispolverato un libercolo di un certo G.C.Giacobbe giusto per ricordarmi come sono fatte, le seghe mentali, e tentare di smantellarle sul nascere. Il libercolo mi è utile ai fini pratici, ma va detto che lo avevo già letto, capito e accettato. E poi nulla, come se non fossi del tutto io a comandare il cervello. Una sensazione frustrante. Un po’ come il film di Black Mirror su Netflix, Bandersnatch: tu sei consapevole che non vuoi fare una cosa, sai anche perché non la vuoi fare, ma poi la fai. Frustrante, ripeto. Mi fa pensare che l’evoluzione stia facendo un passo indietro con me.

In ogni caso ho creato una Parola d’Ordine (P.O.) che da qui in avanti utilizzerò nei momenti di sega mentale più acuti, quelli in cui il panico dilaga e la razionalità fa il dito medio.

Con tutti questi accorgimenti pratici mi sento più tranquilla, ma ancora poco evoluta, va detto, dove poco evoluta va letto come: un po’ stupida e un po’ paranoica.

Pensando alla paranoia, mi viene in mente la nervosi e beh, sì, lo sono, lo sono, nevrotica, rientra proprio nel mio nome/acronimo, quindi TDL ci aveva visto lungo (su questo).

Ma il punto di questa giornata non è la mia (conosciuta) nevrosi, né le mie (conosciute) seghe mentali, quanto piuttosto al mio rinnovato desiderio di cambiare queste due cose. Non si possono fare miracoli, certo, ma si può arginare con P.O. e qualche accorgimento razionale.

Ad esempio, perché andare a cercare guai? Spiego: quando stai particolarmente bene, come io oggi dopo la tre giorni di felicità, hai l’irrazionale pensiero che tutto può andare nel verso giusto solo perché tu sei felice. Il che a volte è vero (è una questione di relazione all’interno della comunicazione, di atteggiamento nei confronti dell’altro), ma non lo è necessariamente. Quindi ti prende quell’euforia da Risolvo hic et nunc tutti i miei conflitti con gli altri, perché ora sto bene e posso affrontare anche una discussione dolorosa, magari.

Stronzate.

Perché, mi dico, andare ora in cerca di guai?

Forse è il mio (latente?) masochismo che mi fa fare certi pensieri. Al masochismo ci sto lavorando, anche quello con P.O. e altro. Per la risoluzione dei conflitti, ogni cosa a suo tempo, non forzare la mano.

E ricorda il mantra del giorno:

la vita va sorrisa.

Come sboccia un sorriso

post 106

 

Il pomeriggio sta già finendo e io oggi mi sento davvero stanca, una stanchezza fisica da ore e ore in piedi a correre qui e là, è la stanchezza buona, più o meno, quella che tutti metterebbero sul podio della stanchezza.

Mi sono lasciata incastrare in un altro corso.

Ma stavolta non è un corso di cucina, ma un corso per barman. E la differenza sostanziale è che lo tengo io.

In un passato lontano lontano frequentai due corsi per barman, entrai nell’associazione barman e lì appresi le basi teoriche e tecniche per creare cocktail.

Così il mio capo ora mi fa fare formazione ai colleghi. Il che per me, che sono una maestrina, è anche piacevole, va detto.

A parte quando Micro(bo) mi chiama Prof

Cosa ho capito iniziando questo corso:

  • I ventenni di oggi non sanno apprezzare un distillato. Per loro vodka, tequila, gin e rum sono la stessa cosa.
  • I ventenni di oggi non sanno prendere appunti. Almeno i miei ventenni…
  • Ma in ogni caso amano bere. Era tutto un: ma quando assaggiamo?
  • I ventenni di oggi sono come quelli di ieri per i punti A), B), C).

È stato un pomeriggio particolare, mettermi in cattedra mi ha fatto sentire quello che sono, la più vecchia del gruppo, ma ho anche scoperto che ci sono cose che studi e dopo più di 10 anni ancora ricordi perfettamente, come i nomi delle bottiglie dello champagne ad esempio. Avete mai bevuto un Nabucodonosor? Io no…

A venerdì la parte seconda, quella divertente, quella della pratica. Il lancio deibostonsarà la nuova specialità olimpionica di Micro(bo).

Oggi è anche uscito il mio racconto sulla rivista. È stato l’Amico Atipico a leggerlo per primo e linkarmelo e Ale mi ha mandato un messaggio a un’ora per lei assurda, prima delle 10 della mattina. Quanto amore nella mia vita…

E poi mi sono messa qui, tastiera alla mano, una birretta qui a fianco (dopo un pomeriggio a parlare di alcol la birra è il minimo) e ecco che infatti il pensiero mi cade su quello, sull’amore. Io non lo so perché ci penso tanto, di recente, forse perché per anni non ci ho pensato davvero, era un dato acquisito in un certo senso, amare è quella cosa lì, stare con qualcuno, restare. Alla fine è una follia. Perché sì, Chi ama resta, mi disse una volta il Mentore, ma non Chi resta ama. Piuttosto direi che Chi ama ama.  E qui sei fottuto, in un certo senso. Come ho già detto, non si può davvero porre resistenza, è una cosa che non controlli. Anzi, a volte, più resistenza fai e peggio è. Accade. E basta. Conosci una persona, se sei Moon la esplori come un archeologo, spennellando la polvere, guardando in controluce, e poi resti affascinato da tutta la bellezza che vedi. E vuoi che quella bellezza entri nella tua vita, vuoi fare parte della sua, ecco, forse alla fine non avrò riempito la parola Amore, ma so che per me è questo, uno scontro di vite, non una condivisione, mica siamo Facebook, una compenetrazione.

E poi c’è dell’altro, ovvio. C’è quella parte di me che ha un conflitto, quello tra l’amore per se stessi e l’amore per l’altro. Perché l’amore per se stessi è egoista, vuole amore, non sente storie, vuole essere amata, ma l’amore per l’altro vuole la felicità dell’altro, che a volte fa a botte con la parte prima, la parte egoista, la parte che chiede amore per se stessi.

Bella storia.

La felicità arriva qui, a dissipare il conflitto, a issare bandiera bianca tra le due parti. Il dubbio, quello di far davvero felice l’altro, a volte se ne va. Lascia alle sue spalle la primavera, che arriva domani. Lascia che l’amore abbia il sopravvento. Lascia che la vita possa essere urlata fuori dalla finestra perché è talmente bella, talmente grande che non ce la fa a stare dentro.

Probabilmente è così che sbocciano i sorrisi…

Note to self (inutili divagazioni)

post 100

 

Questa mattina mi sono alzata e ho scritto questo:

 

“Stamani nell’aria di questa stanza aleggia un leggero odore di malinconia che si mescola alle candele comprate all’Ikea e al caffè.

Quanto sarebbe bello poter essere quello che si prefigge di essere e basta.

Poter seguire il cammino sicuro, senza tentennamenti, senza paura.

Ho comprato delle note.

Post-it prestampati che difettano, nel loro piccolo, della cosa più importante, la possibilità di attaccare e staccare, quindi forse non sono dei veri post-it, ma solo degli stupidi foglietti prestampati, delle note a se stessi, note to self.

Credevo di aver fatto un acquisto geniale, preso insieme al balsamo calmante per polsi (lasciate perdere, questa roba inutile la producono solo per me).

Ora le guardo, qui accanto sulla scrivania, e penso.

I’m great:

certo, lo sono, sono grande, sono forte, sono il tipo giusto. Giusto per cosa, mi chiedo? Giusto per scrivere, giusto per fare la cameriera, giusto per amare, per far crescere, per consolare, organizzare, regalare, fumare, dormire? E poi, soprattutto, giusto per chi? Ti fai troppe domande. Andiamo avanti.

I can do it:

questa è più facile. Lo posso fare. Sono in grado di farcela. Ma posso davvero fare tutto? Posso, che ne so, se davvero lo voglio, viaggiare nel tempo? Beh, no. Non sono in un libro di Dick. E poi sono più un personaggio da King, direi, tipo la moglie di Jack, Wendy, avete presente la dolce Wendy, isterica di paura, con il coltellaccio in mano e l’orecchio attaccato alla porta?

I must not forget:

Non me ne devo dimenticare. Siamo sicuri? Insomma, dimenticare a volte mi sa che è un bene. Tipo dimenticare di essere stata spregevole, di aver fatto soffrire, ma anche solo dimenticare il dolore sofferto. Sennò non se ne esce.

The weekend is near:

affermazione valida anche di martedì. È sicuramente vicino, il weekend. Affermazione innocua, questa, generica, molto fuori dal coro delle altre, un incoraggiamento che sa di Beviti il caffè e ti sveglierai. Se significa che sono vicini i giorni in cui puoi dormire e fare il cazzo che ti pare, allora ok, di solito l’affermazione non è valida per me. Io lavoro in un Ristorante. La mia domenica è il vostro lunedì (nel senso della pesantezza).

Last but not least:

I’m loved:

Sorrido. Sorrido. Sorrido.

Bello poterselo dire. Bisogna essere davvero dei geni per dirselo. Sono amata. Che certezze! Perché tutto ciò che era scritto sopra, insomma, riguarda una sola persona: io. O meglio, Io. Io sono grande, Io posso farcela, Io non devo dimenticare (quella del week end va fuori tempo, non canta con le altre). Ma Sono amata implica un’altra persona. Accidenti, che sicurezza.

Che poi, dico, non è mica detto che essere amati sia un bene, no? Essere riamati lo è. Essere amati, in generale, non saprei. Non sono il tipo che ama gonfiare il proprio ego calpestando quello altrui.

Ho finito. Che è pure troppo.

Nel centro del foglietto c’è uno spazio vuoto. Sono le Note to self extra. Tipo: Finisci il racconto!, Prepara la cena!, Stendi il bucato! Oppure, più semplicemente, Non mentirti!, che già sarebbe una bella conquista smettere di reprimere. Perché, disse il Mentore una volta, Reprimere non è guarire. E io questo insegnamento me lo porto dietro, da anni.”

 

Ora che è già buio e la giornata è passata in un gran turbinio di pensieri, sento che c’è solo una cosa da fare, a parte mettere sui polsi il balsamo calmante: riempire uno di questi stupidi foglietti.

L’immagine (Baciami ancora)

post 94

 

 

Stasera ho messo su una compilation d’amore. Che cosa strana, per me, non ascoltare, che so, i Nirvana, o i Blink, o i Muse, o… vabbè, è chiaro. Invece qui c’è De Gregori, i Tiromancino, tutte canzoni che conosco, intendiamoci, ma che di solito non cerco. Chissà cosa mi ha portato, stasera, in questi lidi estremamente romantici e, sì, anche un po’ tristi, ammettiamolo. Perché le canzoni d’amore sono sempre tristi? Ma l’amore non dovrebbe essere felicità? O magari è solo una percezione, quella della tristezza delle canzoni d’amore. Una percezione di assenza, dico. Qualcosa che c’è solo in alcuni attimi e poi magari quando ascolti la canzone ti ricorda la felicità che hai provato e in quel momento non c’è.

Ma mi sto attorcigliando nei miei pensieri.

E in realtà c’era una cosa che volevo dire, scrivere, cioè, qui, che mi frulla in testa da questa mattina (o forse era ieri sera? Non riesco a definire il Tempo esatto, stavolta, perché il mio weekend con lo Shogun è stato come essere in una bolla, una cosa che ho conosciuto solo per la scrittura. Parlo della bolla. Spesso quando scrivo sono in una bolla, senza Tempo e senza Spazio, ma nella vita vera, nella vita reale, dico, non è cosa comune, che io dimentichi dove sono e quando sono).

Dicevo.

L’immagine.

Ne parlavo allo Shogun in un momento indefinito di questo weekend. Ma ricordo il luogo preciso e la luce precisa del luogo in cui l’ho detto. Conta?

Comunque l’immagine prevede una me che cammina lungo una strada piena di negozi (che magari io devo proprio andare in un negozio a comprare, che ne so, una sciarpa. O una pochetteper un matrimonio. Ma non è affatto significativo, questo). E mentre cammino, a lato, appoggiati a un muro, ci sono due persone che si baciano. Io non è che li fisso, continuo a camminare. Mica sono una guardona. Faccio pochi passi e dall’altro lato ecco altre due persone che si baciano. E la strada a un certo punto è costellata da coppie che non fanno altro che baciarsi, ferme ai lati, mentre cammino.

Tutti che si baciano.

E io penso che questa sia l’immagine della felicità. Camminare in una strada ricoperta d’amore. Meglio delle illuminazioni natalizie, no?

E questa bella immagine mi accompagna da stamani. O era ieri sera. E ci sono cose che a volte non puoi ignorare, cammini e loro camminano con te, pieghi il bucato e sono ancora lì, fai la doccia e non ti si lavano via. E quello che non posso ignorare è la sensazione che mi dà questa immagine, perché ora la sento mia, la riconosco, la sento, e va di pari passo con le oreche passo a parlare con lo Shogun, quegli occhi dentro gli occhi, quel vizio di perderci dentro alle parole, interromperle e ricominciare, quel bellissimo tradimento della coerenza, del filo logico di ogni cosa, dello Spazio, e del Tempo, delle nostre vite. Del mondo.

Mi lascio ancora solo questa notte. In cui spero di sognare di camminare lungo una strada piena di negozi…

 

Sì, ok. La musica ci mette del suo