Bussola rotta: prima o poi…

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Stamani mi sono svegliata con un tizio che alle 6 di mattina cantava sotto la mia finestra L’emozione non ha voce (sbagliando le parole, tra l’altro. Però era intonato). Forse lo dovevo capire che quello era il Segno di una giornata strana. 

Stavo sorseggiando il mio primo caffè e mandando messaggi al Nuovo Amico Atipico (ultimamente ci sentiamo spesso, lo sento più di mia madre- e questo è un bene- passiamo anche ore a non dirci nulla di serio e a farci ridere – lui è più bravo di me, chiunque lo è, a dire il vero: io sono la Pesantezza del Vivere, calvinianamente parlando), gli raccontavo proprio la storia del cantante sotto la finestra. Era un bel momento. Fino a che un nervo è stato toccato. Eh, sì, arriva lui, aspettate: TDL. Ha finito il libro che gli ho regalato, un Murakami di prim’ordine (non il mio preferito, ma un must, di sicuro) e mi ha mandato le sue impressioni. Normale. Normale in un contesto normale. 

Lui continua a scrivere cose e io abbozzo. Oggi sono proprio incocciata con lui, non ne voglio sapere. Era una mattina tanto da Biancaneve e lui la trasforma nell’antro della Regina Cattiva (le metafore sulle fiabe vengono tutte da una recente visione di Once upon a time con Little Boss). Evitamento: non è quella la giusta strategia? E quindi abbozzo mezze risposte o non rispondo proprio. Fino a che non chiede: sei arrabbiata con me?

Ahahahahaahhh. E poi ancora ahahaahaah!

Te ne sei accorto alla svelta!

Ma non rispondo, ovvio.

Qualcosa avrò pur imparato.

Eppure…

Eppure oggi mi sento inquieta. 

Torno a casa e Little Boss è tutta presa nel riordinare la sua stanza (?), la sento che traffica in camera sua (che poi è solo un soppalco, nemmeno una stanza vera, con pareti vere e porte vere, me lo rinfaccerà quando sarà più grande e vorrà una vera privacy, ma in quaranta metri che posso fare, io? A parte delle tende, che già mi sono organizzata a cucire… a far cucire, scusate). Allora prendo il Mac, anzi, lui prende me, visto che è un fisso, ci guardiamo per un po’, lo interrogo sui file salvati, Voglio finire quel racconto del cavolo che non ho mai finito, gli dico. Lui, il Mac, fa la faccetta scettica. Ma aiuta, a modo suo, apre i file, me li ordina per data. E il suo compito si esaurisce qui. Si beve un sorso di birra (virtuale) e mi guarda: ora la palla è tua: gioca. E io inizio, ma sì, da qualche parte arriverà, la mia Margherita. Le ho dato un sacco di problemi iniziali, deve farsi il suo Viaggio dell’eroe, trovare amici, nemici, arrivare all’obiettivo, la situazione iniziale deve capovolgersi e poi arriva il finale. Semplice: Vogler insegna. 

Ma le storie non mi nascono così. Margherita non la sento. Non la capisco, non la empatizzo, e quindi è tutto inutile. Dopo 1000 parole chiudo il file. 

Così non funziono.

E sarebbe bello dare la colpa a qualcuno, sarebbe bello che non fosse solo colpa mia. 

Giro in tondo perché ho la bussola rotta.

Prima o poi capirò cosa devo fare, prima o poi arriverà il Nord, prima o poi TDL non mi farà più male, prima o poi sarò pronta per godermi la vita, per essere felice, per lasciare che l’inquietudine non sia la mia ombra, il mio passato, il mio futuro e il mio destino. 

Non ditemi che non sono ottimista, per favore.

Il puzzle della vita

post 41

 

Dopo quattro giorni di assenza di TDL mi stavo quasi abituando.

Tante cose per la testa, lavoro, Little Boss (compleanno andato benissimo, la piccola felice, il cibo tutto esaurito, stanchezza tollerabile), paturnie del mio ex. E poi l’Amico Speciale. Che ultimamente sta premendo un po’ può pedale del riconoscimento fidanzato ufficiale. Più lui preme, più io mi blocco. È come se ci stessimo creando una routine, un vissuto. Ma io non sono fatta così, non più, non posso cedere al vissuto insieme per creare un futuro. L’ho già fatto ed è stato un disastro. Quindi mi nego. Lascio in giro tracce di altre vite. Perché a parole gli ho già detto tutto. E la situazione tra noi non può evolvere.

E tutto questo lo penso perfino ora, che ho rivisto dopo giorni TDL. E ho notato un cambiamento positivo: le mie reazioni fisiche stanno diminuendo: le gambe tremano meno, mi distraggo meno, il cuore ha un’andatura regolare. Mi riservo sempre qualche battuta al veleno per lui, per fargli capire che sì, sono arrabbiata: non si può entrare come un elefante in una cristalleria e sperare di non rompere nulla. Lui ha rotto qualcosa. Qualcosa che io gli ho concesso con troppa fretta, senza dubbio. Non si torna indietro. 

Insomma: la botta spaventosa credo stia guarendo. 

Ho una cosa da rendergli, un libro. Lo tengo sul comodino da mesi, lo spolvero, ma non lo ho mai letto. Era la mia scusa per poterlo tenere, solo che ora non lo voglio più. Credo sia arrivato il momento di renderglielo. Ed ecco che gli ho mandato un messaggio proprio ora. Questo capitolo deve chiudersi prima possibile.

E non lo so, sarà il pomeriggio piovoso che mi sta uccidendo, sarà che ogni volta che piove penso un po’ a lui, come ho detto, riempio la parola Amore, perché ogni volta che sono stata con lui stava piovendo, ed ecco, quello era un Segno: neanche il cielo voleva che stessimo insieme. Io l’ho frainteso e adesso devo svuotare di nuovo la parola e trovare un sistema per riempirla da capo. 

E quindi nulla. Nulla. Come sempre. Come sempre più spesso accade anche qui, quando scrivo e non riesco a fare quello che di solito mi viene bene, riordinare il caos, mettere ordine tra le idee. 

Ma forse sono solo stanca. 

Tutto mi appare sfocato, lontano, come se non accedesse a me.

Ma forse sono solo malnutrita.

Mangio a caso, appena ho tempo, appena mi ricordo, non so da quanto non ho lo stimolo della fame, solo con Little Boss mi obbligo a una regolarità.

Ma forse sono solo disillusa. 

Non capisco cosa vogliono gli uomini da me.

Ma forse sono solo stupida.

Non vedo le cose perché non le voglio vedere.

Ma forse sono solo maledettamente stufa.

Non sempre riesco a far vincere l’ottimismo.

Che poi alla fine non sono infelice.

L’infelicità l’ho toccata con mano, mi ci sono fatta un male cane. So di cosa stiamo parlando. So cosa significa la disperazione. Ne conosco le curve, i dettagli, potrei disegnarla a memoria come faceva mio nonno con il suo campo di prigionia in Russia. 

Tutto ciò che ci ha distrutto ci resta nel cuore come una cartolina.

È il puzzle del nostro Viaggio.

È il puzzle della nostra Vita.

 P.s. 

Di solito numero i miei post in ordine nella cartella sul Mac, scrivo il titolo  e poi i giorni che mancano alla fine. Oggi decido che vi inondo: che non mi frega più nulla del mio countdown. Che voglio ricongiungere il Tempo. Quindi piano piano ci riesco. Piano piano il Tempo di scrittura dovrà equivalere a quello di pubblicazione.

Auguri.

Omnia vincit stultitia

 

post 40

Non ho tempo. 

No. Ricomincio.

Non ho Tempo.

Giorni frenetici, tutto un correre qui e là, tutto un fare cose, dire cose, pensare cose. Tutto un cercare di organizzare: lavoro, straordinari, lezioni di yoga e chitarra per Little Boss (sì, lo so, yoga:un grande mistero il fatto che mi abbia chiesto di farla, certo non glielo ho detto io, non voglio indagare oltre, la fa stare bene), spesa, festa di compleanno, di nuovo lavoro straordinario, appuntamento con l’estetista ( sempre lei, mica io… a volte mi chiedo se sia mia figlia…ma almeno la mia è una battuta e non un’insinuazione), progetto con il Grande Artista (uno strike, tra l’altro, in venti minuti ho scritto un pezzo “efficace”: così hanno detto: uno a zero per Moon), una litigata via sms con il mio ex, l’Amico Speciale che mi chiede: ci rivedremo mai? Sei sempre impegnata. Tesoro, non ho Tempo! Devo correre, devo fare, devo…

Ecco, tipo ora. Dovrei preparare cena, è vero, che è tutto il giorno che corro e ho avuto giusto il tempo di una doccia (15 minuti, con questo clima devo asciugarli, i capelli), dovrei fare la lavatrice, mettere a posto i piatti nella lavastoviglie, pulire e sistemare il bagno (siamo due donne, ora, in questa casa e il bagno è un delirio di prodotti cosmetici: 10% Moon, 90% Little Boss: crema per i brufoli, olio per le smagliature, scrub sotto la doccia, crema corpo profumata, balsamo per le labbra… credo che sia lo zampino di mia madre, sotto sotto). Insomma, dovrei fare mille altre cose invece di essere qui. Ma. 

Ma.

Ma.

Ma.

Ho guardato Little Boss negli occhi, le ho chiesto trenta minuti di pietà. 

Amore, devo scrivere, ti prego, sono tre giorni e sono in astinenza. Ho le dita legate, devo slegarle. Ho il cervello intasato, devo stasarlo. Ho gli occhi

Eh, mamma, vai e scrivi, per favore, che cenare si cena dopo, ok?

Il Boss migliore del mondo, il più comprensivo, il più dolce. Ieri sera, che era il suo compleanno, mi ha suonato Hallelujah con il suo nuovo ukulele, ne ho fatto un video da mandare a Ale, speriamo che laggiù nella foresta riesca a vederlo. 

Se non ci fosse Little Boss la vita sarebbe davvero molto scarsa.

Che poi le rubo tempo (Tempo?) per non scrivere nulla, lo so, solo per sproloquiare, ma io lo adoro, sproloquiare dico, adoro questa via di fuga dallo stress di ogni giorno, so che è solo un espediente, ma vabbè, mi solleva, e manco mi accorgo che TDL manca da  giorni, sparito proprio, non ho Tempo per curarmi di lui, voglio averne sempre meno, di Tempo per lui. 

Riempirsi la vita per non pensarci: potrebbe essere un buon trucco, ma la vita non va come vogliamo noi, le cose accadono, e spesso mi dico che accadono per una ragione e magari questo correre frenetico che mi tocca in questo momento è un Segno. È il Segno che devo pensare meno a lui. È l’universo che si muove per aiutarmi. 

Sì, ok. Sta diventando troppo folle anche per me. 

I Segni sono altro. 

Mi sa che qui non ho ancora mai parlato davvero di Segni, di quello che la mia psicologa chiamava : le previsioni che si autoavverano. Che poi è solo un mix di stupidità e goduria personale. Ma io ci credo. Credo nei Segni. Anche se con TDL non ho voluto vederli tutti. Ma c’erano, i Segni: c’era, l’universo che mi diceva: stai sbagliando. 

Solo che omnia vincit amor. 

O omnia vincit stultitia, fate voi.

Vado a preparare cena…

E alla fine se le sono date…

post 38

E nulla, sono rientrata a casa verso le quattro e mezzo decisa a farmi un bel piatto per pranzmerendacena, un bel riso al pomodoro (suvvia, fatemela anche voi la faccia schifata, come tuuuutti quelli a cui l’ho detto… ma a me, il riso al pomodoro piace da morire). Ho fatto la salsa, messa a bollire l’acqua e sono scivolata in bagno a farmi una doccia. Quando l’acqua nella pentola stava per bollire ho sentito uno strano rumore. E una strana puzza. Il camion che vuota la biologica sotto casa: perfetto: davvero un momento di merda, ho scelto.

Quindi ho spento i fornelli in attesa che finiscano. E speriamo mi torni la fame, prima o poi…

La scelta di fare un pasto unico, in very pet style, è stata dettata dal fatto che oggi, finito il mio turno di lavoro, non avevo davvero voglia di mangiare. Vuoi perché mi è toccato servirlo per forza, oggi, TDL, mandando a puttane la strategia dell’Evitamento, vuoi perché avevo la testa piena zeppa di pensieri. 

È che a lavoro non ci si annoia mai, va detto. 

Allora vi racconto una storia.

C’era una volta una coppia di giovani ragazzi che ogni sabato a pranzo prenotava al Ristorante. Loro: carini, ben vestiti, educati, dolcissimi. All’inizio li vedevo tenersi per mano, avvicinarsi l’uno all’altra da una parte all’altra del tavolo, sorridersi. Giovani innamorati, dicevo. Macché, mi ha risposto un giorno la cuoca: quelli stanno insieme da quindici anni! 

Insomma: se volete immaginare la storia d’amore perfetta credo che anche voi visualizzerete i loro volti. 

Poi di punto in bianco hanno smesso di prenotare. Un sabato, due, e me ne sono dimenticata. A volte i clienti lo fanno: cambiano posto, decidono di risparmiare eccetera.

Ma un giorno vedo la ragazza al tavolo. Con un altro uomo. Ohmygod!, dico alla cuoca. Abbiamo uno scandalo sotto al sole. Fatto sta che la ragazza ha cambiato uomo ma non abitudini: e ora ogni sabato viene con l’altro. Di nuovo, sono il ritratto della dolcezza: Pucci Pucci bau, per intenderci. Mi ha sgomentata un po’ questa cosa, all’inizio, ma poi ho finito per farci l’abitudine. Se c’è una cosa che ha l’uomo è proprio questo: alla fine riesce ad abituarsi a tutto.

Oggi il servizio è partito alla grande. I clienti arrivavano scaglionati (chi lavora nella ristorazione sa cosa intendo: il delirio arriva quando si presentano cinque tavoli contemporaneamente e sai che alla fine qualcuno dovrà per forza aspettare), io e la mia collega ci intendevamo alla perfezione (abbiamo deciso un codice per tutto: porta il pane al tavolo 2? Un cerchio e poi il numero due con le dita. Insomma, ci sentiamo geniali e possiamo comunicare a distanza senza urlarci dietro). Poi è arrivata la Nuova Coppia Perfetta. E fin lì nulla di nuovo. Peccato che poco dopo sia arrivato l’ex fidanzato. Ha preso una sedia, si è seduto con loro al tavolo e ha iniziato a discutere animatamente (uso degli eufemismi: in realtà ha sputato un’offesa dietro l’altra. Ma da seduto, che forse gli faceva più elegante, chissà). Io e la mia collega siamo rimaste interdette. Ovvero ci sono cascate le braccia. Erano insieme alle braccia della ragazza, ovvio, e forse anche insieme a quelle del nuovo Lui. Sono bastati pochi minuti, in effetti, prima che il nuovo Lui si alzasse e lo invitasse ad uscire. E quello è stato il momento in cui è iniziata la rissa. Sì, se le sono date. Proprio lì, davanti a tutti. Le braccia di chiunque in sala erano assieme alle nostre, per terra. 

Il mio boss si è precipitato a chiamare i carabinieri, in sala qualcuno ha provato a fermarli, insomma, era il caos. Ed è stato, ovvio, il momento in cui è entrato TDL. 

Ho cercato di parare i buchi mentre la mia collega faceva acrobazie per spostare la discussione fuori senza prendersi uno schiaffo come ricompensa. 

TDL, serafico, mi ha chiesto cosa fosse successo. Ho goduto un po’ a rispondere : non tutti la prendono bene (come te) quando la donna che ama (dice di amare) se ne va.

Non ha detto nulla.

Chissà cosa ha dentro quella testa. Mi piacerebbe essere una cartografa e farne un mappa, giusto per orientarmi. 

Finalmente il camion della biologica se ne è andato. Il mio riso è pronto e ora me lo vado a mangiare. Un treno di peperoncino e via, come piace a me. 

Domani è un altro giorno (di lavoro folle).

Hallelujah

post 37

 

Stasera ascolto Hallelujah, nella versione di Buckley, una delle tante, un classico, certo, delle canzoni smielenze. Forse dovrei ascoltare Because of you, degli Skunk, che sarebbe più in linea con quello che dovrebbe essere il mio umore nei confronti di TDL in questa nuova fase dell’Evitamento. Ma mi sento più da Buckley, stasera, forse perché anche TDL sta seguendo la mia stessa strategia, mi evita per benino, come se lo avessimo deciso nello stesso istante, o forse si è accorto che la mia scintilla si sta esaurendo quando lo guardo, che mi sta regalando solo tanta tristezza, non lo so. 

Magari mi legge nel pensiero.

Magari legge questo blog…

No, questo lo escludo. 

Insomma, in ogni caso questa canzone mi rende molliccia perché mi fa pensare al sesso. Che non devo mica spiegare pure a voi, come ho fatto con TDL, che l’Hallelujah Buckley lo canta per il sesso e non per Dio, vero? E non solo mi fa pensare al sesso, ma al sesso con TDL (per ovvi motivi: non li devo spiegare, di nuovo, vero?). Una vera bomba a orologeria. 

Ringrazio il cielo che comunque sto davvero malissimo, il mio raffreddore è peggiorato, e quindi da una parte è proprio il momento giusto per mettere in atto la strategia dell’Evitamento. Sono talmente rinco che potrei farmi davvero male abbinando raffreddore e TDL. 

Ciò non vale però per il mio lavoro. È come se vivessi in una bolla: non sento nulla, parlo come un trans, mi è toccato leggere il labiale dei miei clienti tutto il giorno per capire cosa diavolo stavano ordinando (un signore caritatevole ha sorriso commosso quando mi sono allontanata per starnutire. In realtà sembrava il lamento di un cane, più che un semplice starnuto, ma lui non si è scomposto).

Ma sopratutto non è la condizione ideale per un dannato corso di cucina.

Lo Chef Stellato si è mostrato comprensivo, certo, mentre cercavo di seguire le sue ricette e scrivere le dosi, prendendo continuamente abbagli sui numeri (cento grammi di sale? No, Monica, 20 grammi, vuoi far schizzare la pressione di qualcuno dei tuoi clienti?), cercando di mantenermi sveglia refrigerando la fronte sul piano di acciaio, allontanandomi continuamente per soffiarmi il naso (che tra l’altro penso di non avere più. L’ho consumato e sono la nuova versione di Tu Sai Chi).

Ma. Quando siamo arrivati ad assaggiare le pietanze… che disastro! Non sentivo nulla. Ma nulla nulla. Nemmeno se mancava il sale. Già che le mie papille gustative sono rozze per via dei quintali di tabacco che fumo. Il raffreddore ha anestetizzato quel poco che rimane. 

È troppo piccante?

Beh. Definiamo piccante, Chef…

Monica, dai: brucia la lingua?

Non ho più una lingua, Chef… (oltre al naso)

Quindi ho sguazzato tra flan, filetti di maiale in crosta, paella (il mio boss è andato in ferie alle Canarie e si è preso la fissa) e sughi di faraona senza distinguere nulla. Come mangiare plastica. 

Ho salutato lo Chef Stellato con un mezzo sorriso: ci vediamo al tuo ristorante! 

Sì, ma chi avrà mai tutti quei soldi per farsi una cena? Io no di certo. Più facile che lo incontri in pista con la moto, ve lo dico io. 

E sono distrutta, vuota e senza naso, sopratutto. 

E questa cosa che sto evitando TDL…

Sono di nuovo inquieta e confusa. 

Diamo la colpa al raffreddore, prendiamo una tachipirina come dessert e andiamo a letto: domani mi tocca un turno doppio e un pomeriggio senza Little Boss. Ci vorrà del coraggio per affrontare tutto con il sorriso. 

Hallelujah

Chiodi fissi

post 34

Da brava scrittrice fallita ho il mio gruppo di scrittura. Che è come un gruppo di aiuto in stile Alcolisti Anonimi: ci ritroviamo per darci coraggio, per spingerci a continuare a scrivere fingendo di riuscire a tenere su dei progetti che invece falliscono ogni volta. Ma certo, ci vogliamo bene, ci conosciamo fin dal primo corso di scrittura, ci siamo visti sposarci, avere figli, divorziare, subire operazioni, fare dottorati… e sì, anche scrivere libri e pubblicarli. 

Più o meno ci vediamo una volta al mese. All’inizio avevamo scelto un piccolo pub vicino a Giurisprudenza, era il Posto Ideale: il giovedì sera c’eravamo solo noi e il Gestore (ragazzo simpaticissimo che è finito pure in un paio di nostri racconti). Ma quel Solo Noi si vede che non riusciva a far andare avanti il Pub, che quindi ha chiuso i battenti. Così abbiamo scelto un altro locale, vicino alla stazione. Tre nostre riunioni sono bastate per farlo fallire. È stato quello il momento in cui abbiamo deciso di muoverci con cautela: portiamo decisamente sfiga. E così non abbiamo detto nulla al ragazzo del locale dove ci riuniamo adesso, anche se devo ammettere che vederlo deserto ogni volta mi fa piangere il cuore per lui.

Questa sera abbiamo la nostra riunione. Ci andrò se non mi cambiano i turni a lavoro. 

E così mi torna alla mente la nostra ultima riunione, all’inizio dell’estate, quando io e TDL ancora ci vedevamo e il mondo sembrava dovesse brillare di luce propria per sempre. Passeggiavo per le vie della città fotografando i murales da potergli inviare, attendevo con ansia i suoi messaggi, programmavo pomeriggi per stare con lui. 

Stasera passerò da quelle stesse strade e ogni murales sarà una piccola ferita, il telefono rimarrà muto e io mi sentirò un po’ più sola. 

I ricordi sono una brutta bestia. Solo adesso comprendo appieno quel dannato film (Se mi lasci ti cancello: lo so, ne ha già parlato tutto il mondo: la traduzione del titolo è la cosa più ingiuriosa che potessero fare) dove i protagonisti si rivolgevano a quello strano studio per farsi cancellare i ricordi della loro storia. Ricordare fa male. Ricordare ci fa sentire inadeguati alla vita. Io ho sempre pensato che i rimpianti non fossero roba per me. Mi sono sempre detta che ogni scelta che ho fatto, anche la più sbagliata, alla fine fosse inevitabile e che mi servisse per diventare quello che sono oggi, per crescere, magari, o per imparare o solo per fare un cambiamento necessario. Ma oggi penso con tristezza a quel giorno di primavera. Penso che dovevo dar retta al mio istinto che diceva: attenzione, Moon, ti farai male. 

Rimpiango di essermi infilata in questo casino con le mie mani e consapevolmente. 

Ma, certo, poteva andare peggio. 

Sempre più spesso negli ultimi tempi mi viene da pensare che forse non ero comunque pronta per una nuova relazione. Questo potrebbe essere l’ennesimo tassello del mio muro di autoconvincimento. Oppure è la verità: a me piace, dopotutto, questo Spazio che ho, questa libertà assoluta, questo mio vivere con regole solo mie. Nessun compromesso. Nessun obbligo. 

Ma sì, alla fine davvero non lo so se ha ragione il mio Mentore dicendomi che non so gestire una relazione sana. 

A mia discolpa dico che comunque avere una relazione sana non è tra gli obblighi della vita.

E ora di sicuro Walter si arrabbierà perché siamo al giorno 238 e io ancora scrivo di TDL…

Scusa, Walter: i chiodi fissi sono i chiodi fissi.

Like a New Born

Post 31E nulla, mi sono installata una nuova routine, quasi fosse un’applicazione: esco da lavoro, torno a casa, passo dal bar qui sotto a prendermi una coca (possibilmente zero, anche se non ce l’hanno quasi mai), mi metto al pc e accendo una sigaretta. E scrivo. 

Scrivo un pezzo di nulla ogni giorno, mi tengo in allenamento, mi costringo a pensare nel modo giusto, senza avvitarmici troppo. 

Stamani ho ricevuto una mail di Ale. Il mio piccolo tesoro nel cuore…

Mi parlava di Pilastri. E cercava di spiegarlo a me, ma prima di tutto a se stessa. I grandi Pilastri delle relazioni umane. Gesù, se è un casino. 

Per fare una casa occorrono fondamenta e cemento. 

Per fare una relazione occorrono Parole che abbiano un significato comune. Rispetto, Fiducia, Sincerità, ad esempio.

Io e Ale, che alla fine abbiamo ragionato un sacco a come riempire queste Parole, ci troviamo ancora a cercare di infilarci tutto a caso, ci infiliamo le persone, i fatti, perfino il meteo (so che sembra assurdo, ma ogni volta che piove io riempio un pezzetto della parola Amore). Ma poi quando ci troviamo a dirle, a scriverle, ecco che di nuovo si vuotano di senso, ecco che avremmo bisogno di ricominciare da capo. 

Quasi sempre. 

Perché Fiducia si riempie alla perfezione quando pensiamo l’una all’altra. Così come Rispetto e Sincerità. 

E mi ci è voluta Ale, di nuovo, per capirlo, per capire che se una relazione è giusta tutte queste parole si riempiono senza sforzo. 

La mia piccola amica sta imparando bene la Magia e me la sta trasmettendo. 

Le sue parole sono riuscite a far scomparire quel nuvolone nero che attraversa ogni tanto il mio cielo.

Dopo l’ultima domanda che ho fatto a TDL (Cosa siamo, ora, noi?)lui è scomparso. Nemmeno una capatina al Ristorante. Nessun messaggio. Riesce ogni volta a svuotare la mie Parole. Ogni volta. 

Ma oggi non mi sento così triste per questo. 

Oggi c’è Ale.

Oggi c’è anche un Nuovo Amico Atipico (NAA) che non credevo così facile da trovare. 

Oggi c’è David Gilmour, anche, che danza proprio davanti a me. 

E domani. Domani c’è un evento su racconti brevi e riviste on line al quale parteciperò e non vedo l’ora di esserci. Sarò con il mio Mentore, quindi l’entusiasmo raddoppia. E alla fine mi accontento di poco. 

Solo di sentirmi me stessa. 

Quindi rispolvero il mantra che avevo timidamente tirato fuori in questi mesi. L’ho girato ieri al NAA. 

E lo collego in maniera del tutto arbitraria al titolo di una canzone che ho sempre amato.

Quindi, Moon, muovi il culo.

E sarà finalmente Like a New Born.

Illusione…

post 30

Io per scrivere uso il Courier. Ho rubato questo carattere al Mentore e non ne ho potuto più fare a meno. Mi ricorda la typewriter, come mi disse una volta l’insegnante di inglese all’università. Adoro la macchina da scrivere, forse perché è lì che ho cominciato a muovere i primi passi, o forse solo perché sono una fanatica del vintage.

TDL si lamentava sempre del Courier. Non lo leggo bene, diceva. Ma non l’ho cambiato. Mai. Una sorta di piccola ripicca personale, qualcosa del tipo: ehi, guarda che io, per te, non voglio cambiare nulla della mia vita. Ed è andata a finire che invece, la vita me l’ha stravolta… e nemmeno so come ha fatto. 

È che rifletto su un articolo che ho letto qui. Questo articolo. Il blog di Viviana Chinello mi piace, sono sempre stata affascinata dalla mente umana e la psicologia a volte mi ha dato una mano a capire, a indagare. La pragmatica della comunicazione, ad esempio: non farebbe male a nessuno darci un’occhiata.

Ma divago, come sempre. Dicevo dell’articolo. Amare una persona o illusione?

La fase dell’innamoramento può provare seri danni, scrive. Ci rende ciechi, ci fa vedere una persona diversa da quella che abbiamo davanti. La realtà è adulterata dalle nostre emozioni, aspettative e illusioni. 

Ecco, nulla che io non sapessi già, credo di averci riflettuto moltissimo e prima di scrivere qui ne ho scritto per mesi nelle Pagine del Mattino, un quaderno dove ho vomitato parole per mesi prima di conoscere TDL. Dopo un matrimonio andato a carte quarantotto mi sono costruita il mio piccolo muro di cinta, cercando di tenere fuori un po’ tutti, amici compresi. Come se avessi bisogno, in un certo senso, di leccarmi le ferite prima di mostrarmi di nuovo al mondo. E il mio leccarmi le ferite era un Non hai fatto nulla di male, non sei quello che dice il to ex, hai migliorato la tua vita, quella di tua figlia, hai preso la Decisione Giusta. È solo ora che inizio a pensarla davvero così. Ho preso la Decisione Giusta, lasciandolo, mentre finora mi sono detta che non avevo altra scelta. Che non è la stessa cosa. 

Ma torniamo alla fase dell’innamoramento. Credo ormai di aver capito molte cose del mio matrimonio, ma la fase dell’innamoramento, quella cecità assoluta, con il mio ex non l’ho mai passata. La sto decisamente passando con il Tizio della Luna. E questo mi riporta all’illusione. Ovvero, mi sono solo illusa che lui fosse quello giusto? Era solo un’illusione, non realtà, quello che eravamo? Quello che ancora dice che siamo? Due persone che saranno comunque legate per sempre? Non ho voluto vederli, i suoi difetti? Non l’ho mia visto per quello che è? 

Ecco, oggi, pensandoci, mi sa che è vero, che non ho visto. Ho voluto ascoltare le sue dolci parole, ho voluto vivere nei sogni, mi sono sottratta alla realtà, ho voluto cedere all’inganno. 

La realtà me la vado ripetendo da giorni, ormai: lui non ti ama, dimenticalo. Lascialo perdere e fai in modo che lui ti lasci perdere, sopratutto, che la smetta di giocare con te. 

Sono solo un giocattolo per sopperire alla monotonia della sua vita. 

Forse, scriverlo, scriverlo anche qui, me lo farà entrare in testa più velocemente. Forse posso scontarmi altri giorni. Forse questo blog finirà prima del previsto. 

Certo.

Ma con l’amaro in bocca.

Cambia musica, Moon, per favore…

post 29

Il mio piccolo appartamento un tempo era la canonica della chiesa del paesello in cui vivo. E la chiesa c’è ancora. È sotto i miei piedi, mentre scrivo qui al computer, e alle sei ogni sera, ogni sera, c’è la messa, e le dolci vecchiette cantano, e quindi avere Damien Rice che si sovrappone ai vari Alleluia fa davvero strano.

Mi sono fissata con questa canzone, 9 Crimes, fa parte della famosa playlist da Kleenex, chissà perché quando siamo tristi ascoltiamo musica triste, dovremmo fare al contrario, oppure ascoltare solo musica allegra, che ne so, i Green Day con Stray Heart, una canzone che mi mette sempre la carica, ma non in questi momenti, non ora, che TDL mi sta massacrando con i suoi messaggi, ma perché non riesco a smettere di leggerli e festa? So che non vorrebbe farmi male, ma non è nella condizione di non farlo, non può non farlo, è proprio inevitabile, ed è per questo che me sono andata, è perché come si muove si muove, cosa dice dice, mi farà male. Sempre. 

Cosa siamo ora?, gli chiedo. 

Oh, Moon, sempre a fare le domande peggiori, le più difficili, nei momenti meno opportuni.  

Ma cosa deve rispondere, TDL? Ma cosa vuoi che mi risponda? Lui la sua scelta l’ha fatta già. L’ha fatta prima di conoscermi, anche se mi dice che saremo legati per sempre. E un po’ di quel legame, un po’ di quel filo che ci unisce, lo sento sempre dentro, come catene pesanti che mi impediscono di muovermi, di andare. Mi sento senza un’ala.

Ma forse al verità è ancora più semplice. 

Sono io che non ho capito, sono io che non ho visto, oppure sono io che ho voluto vedere troppo, e ora sono intrappolata qui, e non so come uscirne. 

Poi mi ripeto che le trappole sono solo mentali, ed è vero che io sono una campionessa a costruirle, se ne volete, posso farle per tutti a costo zero. Così come dialogo con me stessa ab aeterno: 

-Ma come si esce dalla trappola mentale dell’amore?

-Ehi, Moon, ma l’hai già detto! Serve Tempo, 365 giorni, scontato, lo hai detto all’inizio.

-Sì. Ma nel mentre? 

-Eh, nel mentre, scrivi.

-Ci sono giorni che non mi basta.

-Allora fallo: piangi e stop. 

-Detesto piangere.

-Sei una rompiballe, Moon…

-Lo so, sono una rompiballe. 

-Hai anche altre cose, poi, non dimenticarlo.

-Tipo?

-Little Boss

(Sorriso)

-Ale

(Sorriso)

-Gli amici. Tutti. Quelli vecchi e quelli Nuovi e atipici.

(Sorriso)

-E gli abbracci…

-Giusto. Hai ragione. Ho un sacco di cose per cui sorridere.

-Almeno per stasera la abbiamo sbarcata, no?

-Sì. Però cambia musica, Moon, per favore…

-Va bene…

Smettila, Moon

Post 27

Eccoci qua, le ferie sono terminate e rientro ora dalla prima giornata di lavoro. Sono sincera quando dico che non mi è affatto dispiaciuto rientrare. Prima di tutto perché in ferie la vita è molto cara, anche se prendi in affitto una casa a prezzo-regalo (diciamocelo: il tempo per spendere soldi si dilata come una pupilla al buio). E poi c’è proprio un fattore movimento che interviene: un corpo abituato a muoversi senza soluzione di continuità per sei, otto ore, se lo fermi appassisce, annichilisce, anche se è il mio, di corpo, cioè un insieme di pelle, ciccia e ossa che detesta la palestra. E infatti lo sport lo faccio a lavoro: portare i piatti nell’ora di punta? La mia marcia. Cambiare il fusto della birra? La mia pesistica. Alzarsi e abbassarsi per prendere le bottiglie nel frigorifero? Il mio stretching. 

E sì, infine c’è lui. 

Tornare a lavoro = vedere TDL. 

Equazione perfetta. Mi accontento di poco, lo so, mi basta vedere che sta bene, un sorriso ogni tanto e poco più. 

Il fatto è che oggi, in realtà, non s’è visto.

Certo, sono rimasta delusa, ma non è solo questo. Il fatto è che sembrava tanto smanioso che il Ristorante riaprisse, tutta la storia del controfiletto, e quindi, appena ho avuto una pausa, gli ho mandato un messaggio. Lui non ha risposto per ore. Poi solo questo: sono cazzi, ciao. 

Mi sono preoccupata? Ovvio! Che cazzi sono? Stai male? Mi devo preoccupare? Ma che messaggio è Sono cazzi? E poi il Ciao che significa?

Problemi personali, ha risposto.

Ecco. Ci siamo. Questo è lo schiaffo di cui avevo bisogno. 

Conosco quasi tutte le beghe di TDL, come lui conosce le mie, abbiamo davvero parlato moltissimo, troppo, lo so, ma insomma, ero uno scambio alla pari, ogni problema personale era argomento di conversazione, sapevo tutto di tutto. Sapevo. Passato. E ora siamo già alla fase che i suoi problemi sono personali e giustamente non ne può discutere con me. Che sono? Cosa sono? Ora, poi, non sono davvero nulla. Già lo ero prima, nulla. Ero quella che se avesse avuto un incidente con la sua barca lo avrei saputo dai giornali. Nessuno sapeva che eravamo Amici (vabbè, prendete la parola con le molle). Ora non ci resta che un sorriso per sbaglio, una mano sfiorata per errore, un saluto per obbligo. 

Dovrei solo pensare a non pensarlo. Questo schiaffo dovrebbe solo farmi capire dove cavolo devo mettermi. Rassegnati. Smetti di pensare a lui, smetti di scrivere di lui. 

Ma invece sono preoccupata. Non faccio altro che pensare a lui in difficoltà. Cerco di essere realistica, ma poi mi risolvo ad essere tutt’altro. 

Eppure non sono io. Questo dovrei mettermi in questa testaccia dura. Non sono io. Non sarò mai io quella che gli starà accanto. 

Smettila, Moon. Smettila di pensare alla vita che non avrai mai. Inizia a pensare a quella che hai già. 

E vivitela.