O più spazio o più armadio

post 16

Ale non vive più qui.

Vive da un’altra parte, anzi, dall’altra parte del mondo. In mezzo ai boschi, più o meno, tra le fate e gli gnomi, credo, facendo un lavoro che secondo me ha a che fare con la Magia, quella vera. 

Ci sentiamo quando possiamo, ci scriviamo quando possiamo, proprio stamani mi è arrivata una sua mezza mail (che io immagino abbia scritto fino a che uno gnomo non l’ha disturbata dicendole che a mezzanotte si sarebbe trasformata in zucca o una cosa simile) dove mi parlava di stanze. Vive, per il momento, con una tizia sudamericana, non sa nemmeno lei di dove, non è una donna di molte parole. Io immagino sia una specie di sciamano, ma sono solo ipotesi: cosa davvero faccia Ale lì è un mistero, e se lei vuole che resti tale io la rispetto. Insomma, la tizia-sciamano il primo giorno le ha detto: ci sono due stanze in questa casa. Ne puoi scegliere una a tuo piacimento. Nella prima c’è più spazio, nella seconda c’è invece un armadio più grande. 

Lei ha risposto solo: o più spazio o più armadio: capito.

E questa frase me l’ha girata. E io l’ho girata al mio piccolo neurone, che la sta elaborando per benino. 

Ha ragione: o più spazio, o più armadio. Non si può avere entrambi, bisogna scegliere.

Ho pensato un po’ a tutta la mia vita. C’è stato un tempo in cui avevo un armadio enorme e ben ordinato, ma lo spazio era davvero minimo, soffocante. No. Era una vera e propria Trappola Infernale. Ho passato anni a ignorare il fatto che non c’entravo, nella stanza, passavo giornate intere a guardare solo l’armadio e pensavo: mi basta questo, dopotutto mi basta… ma poi un giorno mi sono svegliata. Non so come ci sia riuscita, ho tante ipotesi e non vi tedierò elencandole. Conta il fatto che mi sono svegliata e che mi sono resa conto che no, armadio bello quanto vuoi, ma ho bisogno anche di spazio. Così ho fatto le valigie (a metà, ovviamente) e mi sono trasferita nella stanza con più spazio. All’inizio era tutto un saltare di qua e di là, la mia mezza valigia entrava perfettamente nell’armadio minuscolo. Chi se ne frega dell’armadio, pensavo: ora sono libera! Faccio la mia vita. Nessuno può più dirmi cosa fare, pensare, vedere…insomma, avete capito. Ma poi ho iniziato a comprare altri vestiti, si vede (sono una donna, dopotutto, amo i vestiti, anche se la maggior parte si riducono a jeans e t-shirt) e l’armadio ha iniziato a essere piccolo. 

Ora. Una persona logica direbbe: compra un armadio più grande e hai risolto. 

La fregatura è che con un armadio più grande ci sarebbe meno spazio. 

Quindi: o più spazio, o più armadio. Non se ne esce. 

Questa complicata metafora si riferisce alla mia (devastante) vita sentimentale. Il mio matrimonio è stato per molti versi soffocante e quando è finito mi sono trovata a gestire un sacco di spazio tutto mio (altro che Una stanza tutta per me, come diceva Virginia! Tutte le stanze ora erano mie!). 

È stato bello, ma poi passa il tempo, Little boss cresce, tra poco sarà una piccola donna, farà la sua vita e le sue scelte, come è giusto che sia, eccetera. E io… forse, dico forse, sento il bisogno di avere una vita mia, una persona accanto e tutte quelle cose lì (ancora un po’ imprecisate). Allora mi dico che TDL magari ha fatto tanta presa per questo motivo. Perché volevo più armadio. 

Perché non ci si accontenta mai di quello che si ha, in fin dei conti. O almeno, così succede a me. L’inquietudine pessoana regna sovrana. 

E così mi dico che alla fine sono fortunata, dopotutto. Ho ancora più spazio. 

Per l’armadio deciderò poi.

Mani rubate all’arte

post 15

Questa mattina non faccio altro che guardarmi le mani. Tutta colpa del Mio Primo Cliente, Sergio. 

Sergio è un adorabile vecchietto, anni più o meno centocinquanta, che alle otto in punto (tutte le sere) arriva appoggiandosi al suo bastone, si siede al tavolo tre (tutte le sere) e ordina una grigliata mista (tutte le sere). È più che il classico Cliente Abituale, ormai fa parte dell’arredamento. Faceva il pittore, da giovane, o così mi ha sempre detto. Mai visto un quadro suo e l’unica volta che ho provato a googolarlo non ho trovato traccia. Ma questo non vuol dire nulla. Lo chiamo il Mio Primo Cliente perché quando ho iniziato a lavorare al Ristorante, proprio la prima sera di servizio, ancora non sapevo portare nemmeno un piatto, lui mi ha visto e mi ha scelto. Ha detto proprio: vorrei essere servito dalla biondina, se è possibile (ha sempre modi molto eleganti, quindi tralascio di commentare quel biondina). Devo dire che grazie a lui sono riuscita a sciogliere il ghiaccio (che per me era un iceberg tipo quello del Titanic visto che era la prima volta che lavoravo al pubblico dopo quasi vent’anni di lavoro in ufficio). E da allora lo servo sempre io. 

Ma, come sempre, tendo a divagare. Dicevo delle mani. È che ieri sera Sergio ha detto: hai delle belle mani, biondina (ok, no, non ha smesso di chiamarmi così anche se conosce perfettamente il mio nome). Sarebbe stato interessante ritrarle, ha aggiunto. Poi me ne ha presa una, se l’è rigirata sotto al naso, guardandola come una casalinga guarda una melanzana al supermercato, e ha detto, ancora: queste mani sono rubate all’arte. Non ho saputo dire nulla sul momento. E quando avevo trovato qualcosa da dire lui se ne era già andato. Ho perso il momento. 

Ma mi chiedo cosa davvero intendesse dire, probabilmente nulla, Alzheimer arrivo!, e via dicendo.    

Ma la sua frase mi è rimasta. E stamani mentre sorseggiavo il caffè ci stavo ancora pensando (chi ha rubato le mie mani?), e così ho deciso di riprendermele e sebbene sia convinta che non sarò mai una pittrice, né una pianista, né qualsiasi altra cosa si possa artisticamente fare con le mani (anche le ombre cinesi), in ogni caso le posso usare qui, su questa tastiera, posso muoverle qui. E scrivere ancora su questo blog, riappropriandomene almeno per mezz’ora al giorno. 

Così.  

Cucinare

post 14

Ho invitato per domani sera a cena mia sorella con suo marito e mia madre con la sua compagna. Ogni tanto mi toccano anche queste cose. Nel senso, vedo tutti più o meno volentieri, ma il mio grande dilemma è: CUCINARE. 

Ora, non è che per 40 anni io abbia solo aperto scatolette di tonno e scaldato 4 salti in padella, anzi. Quando stavo con il mio ex ero proprio l’emblema della C.P. (Casalinga Perfetta). Da brava CP non solo pulivo e riordinavo casa ogni giorno, ma ero regolare con i bucati, usavo ancora il ferro da stiro, ma sopratutto cucinavo. Cucinavo di tutto, dal cinghiale al pane, credo di aver fatto la marmellata con ogni tipo di frutto, anche i limoni e perfino i peperoncini, d’estate facevo la conserva, adoravo fare i dolci e i biscotti (mia figlia da piccola adorava mangiare quelli fatti in casa), senza contare le piccole coltivazioni da giardino: salvia, menta, rosmarino, basilico, timo… 

Insomma, la cucina era il mio Regno, come ogni CP. Grembiuli, presine da giorno, tovaglie, tendine. Ero contornata da un sacco di quadretti, fierellini, insomma ero una versione moderna di Biancaneve nella casa dei nani. 

Ma, come ogni brava bulimica di vita, questo vestito così anni ’50 ha cominciato a cedere sulle cuciture. 

E ora sono l’esatto opposto. Cucinare è il mio dilemma. 

Ma siccome lo so fare, mi armo di pazienza e mi anticipo, che domani sarò a lavoro fino a tardi e potrò fare ben poco. 

Quindi inizio a impastare il pane, ché a mia figlia piace allo zafferano, poi metto a cuocere le verdure per lo sformato, ché la compagna di mia madre è vegetariana, infine preparo la salsa per la pasta (sublime assemblaggio di melanzane, pomodori secchi e mozzarella di bufala, una ricetta che ho fregato al Ristorante). Sforno il pane e ha un profumo delizioso, dovrò tenerlo alla larga dalle zampetta golose di mia figlia, penso già a come fare quando arriva un messaggio su WhatsApp: mia madre.

Siccome casa tua è piccola e sai che Teresa (la compagna) non si sposta volentieri da casa, e siccome ho appena fatto le verdure ripiene al forno, che sai quanto piacciono a tua sorella, e siccome tu lavori, poverina, hai poco tempo, io invece sono in pensione, lo siamo entrambe, io e Teresa, e poi ho appena comprato il gelato alla nuova gelateria sotto casa e tu sei così lontana!, si scioglie tutto se lo porto a casa tua, dicevo, perché non la facciamo a casa mia, la cena? 

Due secondi di sospensione mentale, mentre giro le verdure già pronte con una mano e il sugo con l’altra, e il telefono lo guardo da lontano.  

Perché no, mamma? Una bella idea! Grazie! (faccina sorridente)

Contraddirla? Mai! Piuttosto cinquanta giorni di galera in stile Conte di Montecristo. 

Lei risponde con un pollice in su. 

Io con il bacio.

Esco da WhatsApp.

Guardo la cena di domani già quasi pronta. 

Guardo l’orologio: tra poco arriverà Little Boss. 

Il mio pane le piacerà un sacco.

40 anni: resocontiamo

La prima cosa che posso dire è che ho 40 anni. Non so perché da un po’ di tempo a questa parte sia diventato così rilevante, avere un’età, fino a poco fa non me ne curavo, mi potevo curare del rotolino di ciccia attorno ai fianchi, del primo capello bianco, delle smagliature sul seno dopo l’allattamento, e nemmeno poi un granché, in effetti. Non sono mai stata un’appassionata del Fuori. Ho sempre preferito curare il Dentro. E in effetti non ho mai fatto uno sport, mai palestra, fumo come una ciminiera, mangio a caso, ma adoro studiare, leggere, conoscere persone nuove e stimolanti, vedere posti, abbracciare culture, qualsiasi cosa nutra il mio Dentro è pollice in su, tutto ciò che ha a che fare con il corpo è pollice verso. Non l’ho scelto, è un’attitudine di vita. E so che sbaglio eccetera, mens sana in corpore sano, correre scarica il corpo e dà sollievo alla mente, avessi un centesimo per ogni volta che me l’hanno detto sarei alle Canarie ora, a godermi il sole foreverandever invece di stare chiusa qui, nella stanzetta, a vomitare parole sulla tastiera. 

Ho tentato qualche cambiamento. 

Ho passato un periodo “Cibo salutare”. Scelte biologiche, a chilometro zero (vivo in un posto dove farlo non è così impegnativo come in città), sei pasti al giorno con i quali ero anche dimagrita. L’impegno di questa ricerca, in effetti, ha avuto i suoi lati positivi: occupava costantemente il mio cervello. La mattina mi alzavo e pensavo già a cosa avrei cucinato, dove avrei comprato le verdure o il formaggio, mi facevo spuntini sani da portare a lavoro, insomma, un sacco di tempo speso solo per il cibo. Mi sono annoiata alla svelta. Perché a me, fondamentalmente, il cibo, non interessa. Non mi piace mangiare. Lo faccio solo perché devo, sennò non starei in piedi, ma non ho gusto, sebbene poi sappia che un buon pecorino stagionato risulta in bocca migliore rispetto a un primo sale. Ma se c’è il primo sale…

Non è passato molto tempo dal mio periodo “Sforzati di muoverti”. Due, tre volte a settimana mi sono fatta sette chilometri a piedi, passo veloce (la corsa per una come me potrebbe essere come il pane per i celiaci), ascoltando musica, concentrandomi sui miei piedi (osservavo le mie scarpe da ginnastica e pensavo che in fin dei conti il numero delle scarpe da ginnastica comprate nella mia vita si contano sulle dita di una mano), sudando moderatamente, rientrando a casa un po’ più stanca. I primi giorni ha funzionato benino. Mi impediva di pensare troppo, di avvitarmi nei pensieri, come dice il Tizio della Luna. Ma l’effetto è durato poco e mi sono annoiata alla svelta. 

Quello che non mi annoia mai, invece, è leggere, a mano che il libro non sia scritto con i piedi. Quello che non mi annoia mai è imparare cose nuove, specie se riguardano la scrittura. Quello che non mi annoia mai è scrivere, ed eccomi qui, invece di iscrivermi a un corso di Taekwondo. 

Ma ho divagato, torno a quella cosa dei quaranta. Non so se sia una scalino sociale che mi influenza psicologicamente, non so se sia la disparità che inizio a vedere tra me e i ragazzi di vent’anni, non so se sia un termine che mi sono data, che so, quando avevo dieci anni per fare resoconti della mia vita: fatto sta che in questa estate 2018 è quello che sto facendo, sto resocontando la mia vita, sto cercando, ancora, di capire chi sono, cosa voglio, cosa faccio. Ma sopratutto, cosa farò. 

E io che credevo di essere a posto con la mia vita, di averla ormai programmata tutta, fino alla pensione (sì, lo so, sto usando parole vetuste, che cadranno in disuso), mi ritrovo in questo limbo di incertezze cosmiche che mi crea non poche angosce. 

Magari è solo una classica crisi di mezza età. 

Saluto quindi con poco rimpianto la mia mezza età andata e vediamo cosa mi riserva l’altra metà.