Il giorno della marmotta e Rambo

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Potrebbe essere l’ora dell’aperitivo se esistesse ancora un’ora dell’aperitivo.

È incredibile come passo le giornate in un eterno giorno della marmotta.  Avete presente no, il film con Bill Murray? Solo che la mia possibilità di interagire con altri e quindi, come il protagonista del film, crescere (in perfetto stile Viaggio dell’eroe  di Vogler), è pari a zero.

L’unica cosa che faccio è ripetere infiniti giorni della marmotta, che erano già parzialmente iniziati tempo fa.

Per tenermi occupata ho iniziato un quaderno di appunti su un libro che comunque non scriverò mai (sì, ok, mai dire mai, per carità: allora diciamo che non scriverò quasi mai). Partendo da un’idea iniziale un po’ (parecchio) banale, la trama si sta evolvendo e come un blob ingloba tutto quello che sento in questo momento. Non ho ancora scritto una riga e già la sua forma è cambiata millemilavolte. Così come il suo stile. O il punto di vista. È addirittura cambiato il Protagonista e ho fatto il provino ad almeno dieci Antagonisti. Continuo a scrivere idee, prendere appunti, fare ricerche che so già che hanno il solo scopo di tenermi occupata. Ma almeno risolvo l’apatia, grande nemica di questi Coronatempi.

La mia marmotta è senza dubbio la tv: dopo qualche serie tv azzeccata e altre che proprio no, dopo il l’ennesimo ripasso sulle tecniche scrittorie, non riesco a guardare nulla senza individuare gli Archetipi, ovvero quelle figure ricorrenti che imperversano in fiabe e miti. E ovviamente anche nei romanzi.  Ciò, devo dire, rallenta alquanto la visione della da me detta Trash production. Vorrei qualità, grazie, innovazione, qualche spunto grandioso di riflessione panteistica. Ma nulla. Sempre lo stesso trend: Eroe, Chiamata all’avventura, Mentore, Avvicinamento alla caverna più profonda, Prova Centrale, Ricompensa.

Quindi oggi mi sono guardata un bel film che induce la narcolessia per noi cresciuti negli ’80: Rambo.

Non perché Rambo sia necessariamente soporifero, ma il fatto di averlo visto, rivisto e visto ancora e ancora dà quella fiducia allo spettatore che se anche si addormenta non si perde Il Gran Finale (IGF). Insomma, come va a finire Rambo lo sappiamo tutti. Che non muore è scontato, sennò i sequel non ci sarebbero. Logica. Incontrovertibile.

Appena gli do il VAI! Però vedo il titolo originale: Frist blood. Chissà, forse negli anni ’80 non davano il titolo originale in apertura, forse io non ci ho mai fatto caso, fatto sta che mi chiedo: perché? Di chi è questo Primo Sangue? In sintesi: chevordì?

Così faccio ciò che in questi giorni è naturale e anzi consigliato fare: una bella ricerchina on line. Io, con Google, ho un rapporto controverso: più cerco qualcosa e più cose ho voglia di sapere, tanto che se cerco una ricetta per il petto di pollo poi mi trovo a leggere una disamina sul Reiki. Ma stavolta faccio centro e scopro il perché del titolo (quasi) al primo colpo. A un certo punto il nostro John, parlando con Tratman, racconta ciò che è successo appena arrivato alla piccola cittadina di Hope, giustificando la sua (molto moderata, nel film) carneficina (in realtà nel film, seppure considerato molto violento, muore solo una persona. La violenza del film è stata presa come scusa da un sacco di attori di Hollywood che erano stati chiamati per la parte. La mia opinione? Non volevano interpretare il ruolo di un anti-eroe): Loro hanno versato sangue per primi, dice il caro berretto verde. E come dargli torto? Peccato che poi lui distrugga mezza cittadina e voglia far fuori il comandante della polizia facendosi giustizia da solo. Ed è qui che si divide il film dal romanzo da cui è stato tratto. Ora, quando ero bambina per me Rambo era un eroe. Punto. Un super cazzuto che si difende dalle ingiustizie della legge locale. Ora che sono cresciutella le cose mi sono cambiate sotto il naso e Rambo è solo un povero disgraziato tornato menomato dopo la guerra (la scena finale è stranamente discorsiva e esplicativa) e quindi il finale libresco (che prevede il suicidio di Rambo, resosi conto del cazzo di casino che ha combinato perché non voleva farsi la barba) fa un po’ a cazzotti con quello reale, dove Rambo si arrende a va in prigione. Devo dire che il finale perfetto è quello del libro. Sarebbe stato sì deprimente (come disse il nostro Sly, forzando per cambiarlo), ma indubbiamente di più grande impatto.

Insomma, un anti Eroe come Rambo (un falso Eroe, meglio) avrebbe trovato una fine più Hollywoodiana nella morte.

Ma forse sono solo io a volerlo morto, ora. Indubbiamente quello che mi ha deluso più di tutto è stato il mio ricordo di bambina, che tifava per Rambo, quando al limite potevo comprenderlo, ma non giustificarlo. Empaticamente parlando.

Beh, quindi niente azione sedativa per questo film, direi, tutt’altro.

Saprò che domani non è il giorno della marmotta solo se guarderò qualcos’altro.

 

9 pensieri riguardo “Il giorno della marmotta e Rambo

  1. Tranquilla: Rambo muore.
    C’è un americano in ognuno di noi, temo. Ognuno di noi che scrive, ognuno di noi che cambia la realtà nei finali raccontati della nostra vita. Ognuno di noi che manipola il proprio viaggio dell’eroe accantonando i morti che lascia per strada in favore dell’amore che ha dentro di sé circonfuso di una luce propria e vittimistica che sì brilla di: sono io, il buono. Tutti quanti abbiamo il nostro First Blood, ma non tutti sanno disseppellirlo, e farci i conti. Farebbe male.
    Rambo muore.

    "Mi piace"

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