Memorie di un’antares

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La mia vera intenzione non era di scrivere qui, ora. Niente affatto. Era di spiaggiarmi di nuovo sul divano, mio compagno di Coronaquarantena, e immergermi nelle fantasie di Fitzgerald grazie a Benjamin Button (il film. Il libro lo ho già letto e devo dire che mi è sembrato il peggiore di Fitzy, ma la storia è intrigante, e comunque è conosciuta, e poi sì, volevo vedere quel figo di Pitt, ok?).

Ma poi nulla, mi sono fatta due conti, il film dura due ore e sono già le sette, sebbene fuori il maledetto sole ci seduca in stile sirena odisseica con una dolce melodia fatta di raggi suadenti e… ok. Stavo ascoltando il suo richiamo e ora mi sono messa tappi di cera (sugli occhi).

Quindi eccomi di nuovo qui. La piccola che vedete in foto è la mia piccola pensionata. Vorrei avere una storia in stile newyorkese, sapete, come quelle alla Bukowski- ho scritto il mio primo romanzo nella stanza di un motel con una vecchia Olivetti che mi regalò mio padre quando avevo 11 anni… la sera andavo a bere nei pub e poi…-

La mia, come potete vedere, non è un Olivetti, tanto per cominciare. È la sua degna rivale del tempo, un’antares (che non so se sapete che deriva da anti-ares, cioè anti-Marte, che era il dio della guerra, quindi in un certo senso è una macchina pacifista…). Secondo, non me la regalò mio padre eccetera. Gliela rubai proprio a quell’età.

Ebbene sì, volevo fare la giornalista. Durante le vacanze estive mi divertivo tantissimo a inventare articoli per un quotidiano locale, molto locale a dire il vero: trattava solo degli eventi che si svolgevano nelle mura di casa mia. Avevano dei titoli invitanti come “Mamma punta da un’ape” o Pentola trabocca e allaga la cucina”. Battevo a macchina, facendo due, tre copie. Poi, ovvio, le copie me le facevo pagare. Una la spedivo in una busta anche a Roma, da mia nonna. Credo che mia madre conservi ancora qualche copia in fondo a un cassetto.

Poi sono cresciuta (più o meno) e verso i 12 anni mi sono trovata a dirigere il giornalino degli scout. Altri articoli molto circoscritti, va detto. Facevo brevi interviste (a uomini non schifosi, tranquilli), reportage di campo, cose così. Gestivo anche la posta con altri gruppi sparsi per l’Italia. In quel periodo mi ritrovavo la cassetta delle lettere piena zeppa di corrispondenza. Il postino, giuro, non seppe più come fare un giorno e me ne lasciò una buona parte per terra. Fu un periodo fervido. Va da sé che battevo a macchina qualsiasi cosa: dalle risposte alle lettere al giornalino, fino alle ricerche scolastiche. I miei indici avevano messo su i calletti e con una sigaretta in bocca (che comunque non avrebbe tardato ad arrivare), un cappello con la scritta PRESS e un paio di bretelle avrei fatto comunque la mia figura.

La mia piccola continuò a starmi accanto fino alla fine delle medie. Poi, vuoi per la difficoltà a reperire i nastri, vuoi per praticità, fu sostituita dall’immancabile penna.

Ed è rimasta così per anni, sepolta a casa di mia madre a prendere polvere. Inutilizzata. E direi anche senza proprietà. La macchina sarebbe stata in realtà di mio padre, che però la lasciò a casa di mia madre (insieme a tantissime altre cose) quando se ne andò. Fu non troppi anni fa che mia madre mi chiese cosa volessi per Natale. E io, nostalgica e con un cuore vintage al 100%, gli risposi: l’antares.

E così la piccola tornò da me. Gli comprai un nastro nuovo (su ebay) e scrissi una lettera alla mia Ale, che era nel collegio travestito da nazione, al tempo, la Svizzera. Devo dire che dopo anni di tastiera fu la cosa più traumatica che potessi fare…

Beh, in ogni caso non voglio sapere di separarmene. Mi ricorda un periodo davvero felice, in cui il mondo sembrava dischiudersi per me, zeppo di possibilità.

Una cosa: ho poi avuto l’opportunità di seguire un corso di giornalismo all’università. Molto interessante, devo dire. E forse quella scintilla di interesse nei confronti della professione si era anche riaccesa.

A oggi sono davvero fiera di me di aver resistito a quell’impulso.

Credo che sarei stata una pessima giornalista, tutta tesa a raccontare verità scomode. Oppure, ancora peggio, a non farlo, passando la vita a sentirmi in colpa.

Il sole è calato. C’è una cena che aspetta solo di essere cucinata. Dopotutto è uno dei grandi eventi della giornata…

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