Resistere

post 126

 

L’ultimo mese è stato davvero un delirio.

Mi sono fatta un mare di seghe mentali. Inutili, vero. Verissimo. Ma che posso farci? Sono fatta così. È come se dovessi prima sondare tutte le possibili mie mancanze prima di decidere come è sul serio una situazione. Quindi la prima mossa è sempre: moondarsilemazzate. Poi allora posso guardare oltre. Ho uno spirito masochista davvero pronunciato… in ogni caso che il mio Ego non era un granchè si leggeva nelle premesse.

Insomma, il fatto è che mi sono schiantata di nuovo il naso contro il muro. Pare che sia lo sport che nell’ultimo anno prediligo.

E il naso ora mi fa un male cane, roba che mi hanno visto decine di dottori e nessuno è in grado di darmi un antidolorifico adatto. Ho provato quindi una mistura della nonna, roba che conoscono in pochi, ma che mi funziona sempre. E un po’ così mi pare stia meglio. Però pare che la mistura abbia effetti collaterali. Vabbè, intanto sto meglio. E poi ho un altro rimedio homemade,usato in realtà da tutti quelli che hanno il cuore spezzato: la rabbia. Essere incazzati fa bene, se ne limita l’uso. E io ne avrò un uso limitato. Ma siccome ho il naso che mi fa male e il cuore (di nuovo) spezzato, cercherò di non scriverne. Prima di tutto perché credo che stavolta sarebbe davvero non utile, servirebbe solo a ricordare. E io voglio dimenticare il prima possibile. Ho dalla mia che il Giappone è lontano e lo Shogun non guarderà da questa parte: non ci ha guardato prima, figuriamoci adesso.

Secondo, non voglio annoiare nessuno con l’ennesimo sfogo inutile e piagnucoloso. Non è il sistema per andare avanti. Mi sono già sfogata abbastanza, insistere non servirebbe a farlo diminuire, il dolore, ma solo a aumentarlo. Perché resto sul pezzo, no?

Ma questo non significa che è già tutto finito, risolto. Ci saranno momenti (spero pochi, pochissimi, inesistenti) in cui… avete capito, no? Mi terrò lontana dalla tastiera, allora, ben lontana. Ci proverò, perlomeno.

E poi sarà anche stata sfiga, certo, io ce l’ho attaccata addosso come un marchio di fabbrica, ok, oppure non sono brava a darmi retta quando mi do buoni consigli, tendo sempre a seguire il cuore e mai la ragione.

E ora però mi sa che vi dovrete sorbire un po’ di cinismo, quindi, che è la conseguenza esatta della rabbia di cui sopra, un po’ di sano cinismo, come ai vecchi tempi, qualche comportamento da stronza, un po’ di sano egoismo, qualche dose di cianuro, liquido letale che viene fuori dalle mie ferite aperte.

Ma poi, certo, finirà anche questo, di dolore. Oppure, come sempre, mi ci abituerò, come ho fatto con gli altri. Quello che è certo è che mi rialzerò. È una questione di rete, quella che con tanta fatica mi sono costruita negli anni. La mia rete salvavita sono gli amici, come mi ha giustamente ricordato oggi l’Amico Atipico. Ho una bella rete intorno e subito la rete si è attivata. Forte, decisa. Come solo lei sa fare. Stavolta, incredible but true, pure mia madre ci si è messa, ha lasciato perdere le critiche e mi ha solo abbracciato. Passerà, tesoro, mi ha detto, ci vuole Tempo, ma passerai anche questa, sei una donna forte.

Ho imparato un sacco di cose anche con lo Shogun, nonostante tutto. E da lui ho imparato che sono un soldato. Un soldato ferito in battaglia è sempre un soldato.

Non smetterò certo ora di combattere.

Bilanciamenti

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Quello che dovrei fare ora:

bilanciare il gelato alla crema.

Quello che effettivamente faccio ora: fumo e scrivo qui.

Quello che dovrei fare:

andare almeno a letto e dormire, dopo 11 ore di corso intensivo di gelateria.

Quello che faccio ora: pensare ai miei fantasmi.

Quello che dovrei fare:

ascoltare musica allegra.

Quello che faccio:

ascolto Lonley day dei System of a down.

Insomma, siamo d’accordo che faccio tutte le cose sbagliate, no?

Sono la maga delle cose sbagliate, la razionalità mi incula sempre con questa storia.

Ma nonostante tutto sto meglio. Il mio cervello oggi ha avuto da mangiare. Poi non fate il conto che ha avuto da mangiare pasta e pane e ho un cervello celiaco, ha mangiato, comunque. Non si è autofagocitato come fa di solito.

Ho un altro corso. Pare che la mia vita sia intervallata da corsi di aggiornamento molto frequenti se leggo questo blog: da che l’ho iniziato(agosto) ne ho già avuti 3: uno di cucina, uno di cocktail (che ho fatto io) e ora uno di gelateria. Questo è il peggiore dei tre. Perché è costoso (500 euro al giorno, che vabbè che non sborso io, ma il peso del corso si fa sentire); perché ha a che fare con chimica e matematica (le mie nemiche da sempre, anche se ne sono attratta, come alla fine sono attratta dalle cose che mi fanno male); perché mi sa(non ne ho ancora la sicurezza, ma vedrai che ho ragione) mi porterà via tanto tempo per studiare, visto che io sono così: non le concepisco le cose a metà.

In ogni caso trovo un elemento molto positivo in queste tre giornate di massacro: il mio piccolo neurone è impegnato a fare calcoli, proporzioni, percentuali, si deve barcamenare con tabelle e deve ricordare cose come il POD o il PAC dei vari zuccheri, il loro RS eccetera.

(Parentesi per chi crede che fare il gelato sia una cosa facile: col cazzo: aprite un libro di Luca Caviezel e poi ne riparliamo, ok?)

Quindi, dicevo: neurone impegnato nei bilanciamenti = neurone non più impegnato nelle sue varie seghe mentali. Il che equivale a meno dolore. Ottimo risultato, caro Gelataio. Che poi il Gelataio che ci (mipiù che altro, visto che le allieve sono solo due e una ha già dato forfait) sta insegnando sembra anche un tipo in gamba, uno pipato con i prodotti naturali, veri, gusto più che marketing, insomma, quando impari da uno che ama il suo lavoro è sempre una cosa grande. E io amo imparare cose nuove.

Una volta TDL mi disse una cosa che mi fece sorridere, e ora me la ricordo perché in un certo ha ragione: è come se tu volessi riempiere continuamente la sacca del tuo sapere. Una cosa non ti entra? Ce la pigi a forza.

E ora pigio a forza questo, forse. Ma alla fine può farmi comodo, come tutte le cose che avrò imparato.

Quindi calcolo. Bilancio. Alla fine la vita stessa è un bilanciamento per far tornare tutto, no? Somma degli ingredienti che sia pari a 1000, e se non torna bisogna aggiustare il tiro, togliere da una parte e aggiungere dall’altra.

Intanto vado ad aggiustare il bilanciamento della crema. Che per bilanciare la mia vita ho ancora strada da fare…

 

Be aware of invisibility

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Non funziona più bene Spooty. Non so che cosa ha, se è geloso, se è protettivo, insomma, non mi fa ascoltare alcune cose e non so perché. A meno che non dia retta al pensiero che è geloso e protettivo.

Io invece sono pensierosa. E triste. Ci sono fantasmi che mi perseguitano, non riesco a mandarli via. Mi chiedo da quanto siano lì, appostati, in attesa di un lampo di felicità, pronti a rovinare la festa, un po’ come farebbe Pennywise, diciamocelo, ecco, i miei fantasmi li vedo così, come uno che se la ride mentre nel bagno dallo scarico del lavandino esce un fiume di sangue.

Come ci si libera dei fantasmi? Credo che Bill Murray entrerebbe felice nella mia cucina a guardare nel frigo esclamando, come da copione: e chi chiamerai? Gli acchiappafantasmi.

(Niente, Spooty si rifiuta, lo lascio per youtube e poi domani chiedo all’Amico Atipico un help dell’ultimo minuto

Quindi il mio dramma degli ultimi giorni è disfarsi dei fantasmi e vivere tranquilla.

Quindi mi sono andata a leggere il caro maestro Watzwlavick in cerca di risposte. Vediamo se mi aiuta?

Col cazzo.

Se poteva peggiorare la situazione lo ha fatto.

Mollo il libro a metà, cerco con il naso tra i miei libri, manco fossi un cane da tartufo. Cerco un’ispirazione, una maledetta mano, ci sarà pure qualche pagina di un vivo o di un morto che ora mi possa aiutare. Carver: scartato. Murakami: manco per la capa. Aimee Bender: no, peggiorerebbe. Bauman: papabile.

Poi, mentre mi fiondo sulle prime pagine ecco lì che appare chiaro il pensiero di quanto io sia ridicola. Cerco risposte e chiedo, mi chiedo, interrogo, domande. Ma la domanda, Moon, almeno, la sai quale è? O hai paura di fartela?

E oggi, ecco, in lavanderia, perché passare il sabato pomeriggio in lavanderia mi è parso pure bello, rilassante, con il profumo di bucato, e il silenzio, mi è parso, almeno fino a che non è entrata una tizia che conosco e mi ha guardata in faccia (proprio dritta negli occhi, cosa che avrei evitato) e mi ha chiesto: ma tu, cosa diavolo ci fai in lavanderia di sabato pomeriggio? La domanda mi ha fatto sentire stranamente sola e patetica. Certo, le sento le vostre voci che si alzano e dicono Ma perché, lei che ci faceva? Ma il mio punto non è certo questo. Che cavolo me ne frega di cosa ci faceva lei, mi interessa del perché c’ero io. E io c’ero per non fare quello che sto facendo ora. Perché? Perché volevo castrarmi? Censurarmi? Proprio nel posto che era stato stabilito essere apposta per eliminare il Censore?

Forse perché sento che i miei pensieri stanno andando alla deriva.

E scriverlo mi fa andare ancora più alla deriva.

Ed ecco che oggi, dicevo, in lavanderia, ho capito che non posso esimermi dal vomitare comunque tutto. Non con chi amo. Ed è buffo (eufemismo) sapere che non puoi fare a meno di dire cose che sai che non ti stanno remando a favore e farlo comunque.

Ed ecco che i fantasmi prendono forma, proprio lì, nella lavanderia, mentre incrocio le gambe sulla sedia per permettere al tizio della lavanderia di aspirare con il suo bidone.

Be aware of invisibility.

È un cartello che ho appeso in casa da anni.

Attenzione all’invisibilità.

Perché ci sono cose che sono invisibili.

Ma che possono uccidere.