Il mattino ha il caffè in bocca

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Il mattino ha il caffè in bocca.

Se ripetessi questa frase all’infinito qui sarei la versione caffeinomane di Jack in Shining, ma nella versione italiana non originale. Sarebbe un buon modo per scrivere un romanzo…

Era un sacco di tempo che non dormivo tanto come stamani. Da una parte mi sento un po’ in colpa, dormire è poco funzionale al mio periodo di super attività, dall’altra mi ci voleva, dopo il week end di fuoco che ho appena passato. Mi sono goduta la compagnia della mia Ale, un po’ di shopping venerdì (una cosa che credo sia la prima volta che facciamo insieme), una spettacolare conferenza sabato sui neuroni specchio. I conferenzieri, il neuroscienziato che li ha scoperti e un filosofo della scienza, sono stati davvero in gamba, hanno parlato in modo semplice, hanno spiegato il meccanismo dell’empatia. E mentre loro parlavano io riflettevo, di nuovo, su quella cosa che dico spesso: io sento. Dopo aver letto il libro di Watzlavick che mi ha regalato l’Amico Atipico su come rendersi infelici la certezza che le mie sensazioni siano corrispondenti alla realtà delle emozioni altrui ha un po’ ceduto: riconosco che spesso l’uomo parte per percorrere un circolo di paranoia senza fine che crea solo dolore. Ma all’origine di queste sensazioni (che io poi continuo a chiamarle così, in realtà sono vere e proprie esperienze che noi facciamo osservando gli altri)c’è qualcosa di fisico, c’è un vero e proprio meccanismo nel nostro cervello che si mette in moto e ci fa comprendere, grazie al nostro modello interno degli stati affettivi, ciò che vediamo provare agli altri. È stato ad esempio dimostrato che se vediamo qualcuno che ha un’espressione di disgusto dipinta in faccia il nostro cervello attiva un’area che attiverebbe allo stesso modo se fossimo noi in prima persona a provare disgusto. Quindi questa parte del nostro cervello ci mette nello stesso stato degli altri. Ciò implica che ci fa capire le emozioni degli altri.

Perché per me questo è molto importante: perché spesso mi sono affidata a queste sensazionie altrettanto spesso mi è stato detto che erano sensazioni fasulle. E questa è stata sempre una cosa che mi ha mandato in bestia, un po’ come dire: ciò che provi non va bene. Perché è di questo che si tratta, una continua svalutazione delle emozioni provate e percepite. E sarà che per me le emozioni sono l’unica cosa che conta, in fin dei conti, e questa tendenza alla svalutazione mi ha portato tante volte a essere fredda, distaccata, controllata.

Quindi questo piccolo pacchetto nuovo che ripongo nella sacca della mia ben limitata conoscenza mi fa molto comodo.

Sarà poi che ieri, invece, mi sono fatta un giro al Museo della Follia. Attraverso quelle stanze buie ti rendi conto che per alcune persone le emozioni sono amplificate. Certo, la mostra è stata strutturata per farti provare il senso di solitudine, di abbandono, per farti vedere quella parte di realtà che è solo interna, senza volto, non sempre triste o terrificante, a volte è invece consolante e rassicurante. Ma un eccesso, senza dubbio. Quello che ho capito camminando per quei corridoi è che la follia è un eccesso di emozioni e sensazioni, qualcosa che straripa, incontrollabile.

E ho messo anche questo pacchetto nella sacca.

Nella mia sacca, di recente, metto un sacco di pacchetti nuovi, è il risultato del movimento, che però devo sempre controllare (sennò non sarei io) affinché abbia un senso.

Quindi è tutto un continuo provare emozioni e definire senza sosta, fare tentativi e progettare, pensare e scrivere, anche qui, del resto.

C’è la volontà di risolvermi, forse, e tentare di risolvere gli altri.

L’Amico Speciale negli anni addietro ha sempre criticato bonariamente questo mio atteggiamento, concludendo sempre con la domanda: ma perché vuoi capire? Io invece, da brava ostinata, sto solo cercando la strada giusta per arrivare alle mie conclusioni.

4 pensieri riguardo “Il mattino ha il caffè in bocca

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