Incontri ravvicinati (Close Encounter 8?)

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Sono le sette e mezzo della mattina. Little Boss sale sul pulmino e io devo aspettare un’ora prima che apra la banca. Freddo. Grigio. Dicono che domani nevicherà. E io la nave la amo solo da lontano. Al più se sono all’interno di una baita in montagna davanti al camino che scoppietta e non devo fare assolutamente nulla.

Allora vado a fare la signora. Che il mio concetto di signora è semplicemente costringersi a perdere tempo. Entro nel bar vicino alla fermata del pulmino e faccio colazione: cornetto e cappuccino con caffè doppio senza schiuma. Se lo ordinassero a me mi incazzerei, perché qualunque ordinazione che preveda l’aggiunta o la detrazione di qualcosa fa incazzare il barista, che ha un cervello semplice, dopotutto, e non ha voglia di ragionare troppo. Ma la Ragazza del Bar (ha la mia età, posso tranquillamente chiamarla Ragazza) sorride e esegue. Poi mi sento chiamare. Guardo e non riconosco il viso. Ma lui sì, lui si ricorda di me (pure il nome!). Mi ha conosciuta vent’anni fa, quando lavoravo come barista. E allora sono sorrisi, strette di mano, e Ma ti ricordi…? E io no, non ricordo nulla, ma faccio finta di sì. Dopotutto è bello quando qualcuno ha un bel ricordo di te. Quando ti rendi conto che hai lasciato qualcosa a qualcuno. Anche se è solo un cappuccino buono.

Poi corro in banca. Fare il versamento in banca mi piace. Prima di tutto mi fa sentire appartenente al mondo degli adulti, che concludono affari e cose così. E poi mi dà la possibilità di salutare il Cassiere, scambiarci due battute, farmi regalare penne e blocchetti, sentire il suo sospiro di sollievo quando gli dico che no, non ho bisogno dell’estratto conto, che guardo tutto on line. Se convinci il tuo datore di lavoro a farti il bonifico poi non devi venire più in banca, mi dice sempre. E poi io come socializzo?, gli rispondo. E infatti quando esco trovo un’altra persona che conosco, un dolce vecchietto, che mi ferma e sono di nuovo baci e abbracci, Come stai piccola?, chiede, Ti vedo bene, ma devi ingrassare un po’, sei un uscio. Ma no, sto alla grande, davvero. Mi sento alla grande. Sono grande.

Risalgo in macchina e torno a casa.

Davanti casa ho un bar. Mentre sto entrando mi chiama un’altra persona ancora, mi invita a prendere il caffè, altre chiacchiere, altre strette di mano, altri sorrisi.

Questa cosa, che mi piaccia che ci siano persone che si ricordano di me e mi salutano perché sono io, non è di facile comprensione forse se non spiego una cosa.

Per anni mi sono sentita sempre la Qualcosa di Qualcun altro. Non riconoscibile come Direttamente io, ma sempre in relazione a qualcuno: l’Amica di; la Moglie di; raramente, la Figlia di.

Non avere un’identità solo mia, non girare per strada piena di apposizioni, è una cosa che sto riscoprendo solo ora. E che mi piace. Nonostante la provincia ti strozzi la maggior parte delle volte, ecco, ce ne sono alcune in cui ti restituisce a te stessa. O forse alla fine sono io che ho fatto questo passo: ho avuto il coraggio di restituirmi a me stessa.

Quindi via alla socializzazione. Questi piccoli incontri mi mettono di buon umore quasi quanto i Sublime e la mia giornata di festa smette di essere grigia.

A volte basta davvero poco per salare la vita…

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