Il percorso dei sentimenti (un articolo complesso: leggere moderatamente)

post 71

 

 

Quello che trovo estremamente buffo nella mia vita è il modo in cui mi arriva la stanchezza.

Quasi mai è una stanchezza fisica, così come i dolori, quasi mai sono dolori veri, e con veri intendo non causati da quel piccolo neurone solitario, che sì è solo, ma fa gran danni.

E quindi mentre sono lì che rifletto sul perché ho un dolore allucinante al basso ventre martedì mattina, ecco che arriva la risposta: sono semplicemente incazzata. E accanto a incazzata ci metto: delusa, allibita, preoccupata e tutta un’altra serie di aggettivi che vi risparmio.

Insomma, pensavo che il vero scalino di questo mese fosse (in ordine di comparizione): mettere il punto simbolico con TDL, lasciare l’Amico Speciale e farmi togliere un tumore.

Ma no.

Il vero scalino sto per farlo adesso. La vera guerra inizia ora. Il padre di Little Boss ha dichiarato che non vuole più fargli da padre. E io, che finora ho tollerato le sue follie, ora ho deciso di non tollerare più nulla. Anzi, lo ha deciso Little Boss.

Saranno mesi duri. Molto duri. Ma sopravviverò anche a questo, ne sono certa. Ho un fine ben preciso che ha i capelli neri, adora le serie tv e ha i primi brufoli sulla pelle.

Penso ad altro per distrarmi mentre il mio avvocato mi prepara l’armatura e l’elmetto.

Penso al percorso dei sentimenti. Ovvero: come sono arrivata a provare un certo sentimento per quella persona?

Ora, detta così può suonare una cosa stupida, ma sono un paio di giorni che ci ragiono su senza venirne davvero a capo, diciamo che la mia è solo una sensazione, ed ecco perché ho bisogno di scriverla qui. Stavolta anche per avere un parere.

Fate conto che esiste una persona nella vostra vita. Chiunque. E questa persona fa cose che vi fanno stare bene e cose che vi fanno stare male nel corso degli anni. A un certo punto il vostro neurone solitario decide che, sulla bilancia, nel piatto del Bene c’è meno roba che nel piatto del Male. Quindi prendete una decisione a riguardo. Il vostro sentimento nei suoi confronti sarà di un certo tipo (ma può accadere anche il contrario, che il piatto del Bene sia più pesante, non importa: è solo un esempio). Passa il tempo. Accadono anche altre cose. La bilancia pende un po’ a destra e un po’ a sinistra, spesso si inclina tutta da una parte ricordandovi il vostro sentimento. Potete anche cambiare idea, ovvio, ma ci sarà comunque un percorso del sentimento che vi ricorderà, ad esempio, che comunque il piatto del Male (o del Bene) è stato ricolmo. È tutta una questione di bilanciamento, non so se mi spiego.

Dove voglio arrivare… il fatto è che credo che il mio lampione che segna il percorso del sentimento abbia qualche problema. Mi dimentico spesso le cose brutte che mi hanno fatto nel corso degli anni, le metto in un cassetto, dimentico come cavolo stavo in certi momenti per colpa di alcune persone. Tendo a perdonare perché il mio cervello mette da parte certe cose. Il che, scritto così, è inquietante. È come se fossi sempre sprovveduta.

Ma la cosa peggiore è che ci sono volte, invece, che il mio istinto parte per riflesso e alzo muri a prescindere proprio per non ripetere certe esperienze.

Quindi: da una parte dimentico, dall’altra no. Ma lo faccio nel modo sbagliato. E con le perone sbagliate.

Mi rendo conto che il mio ragionamento sia molto contorto. Neanche metterlo nero su bianco lo ha reso cristallino.

Chiunque sia arrivato in fondo senza vomitare per il giro su stesso che ha fatto il proprio cervello può dirmi la sua sul percorso dei sentimenti.

Nel frattempo io mi godo la vista della stella di Natale che mi è stata regalata dalla Misericordia. L’ho fotografata. Ma Little Boss mi ha suggerito, giustamente: perché non la metti fuori sul pianerottolo così non la vedi morire giorno dopo giorno?

Chissà se riesco a farla vivere almeno fino a Natale…

Christmas is coming up

 

 

IMG_0259

 

E mentre mio padre continua a mandarmi messaggi con tutta una serie di imperativi (Riposati! Non fare nulla! Scaldati!), che ancora mi sa che non ha capito che non ho la dannata influenza, io in realtà pensavo al Natale.

E così mi sono messa su una compilation che vi farei vedere i titoli (ma sopratutto ce ne è una che compare sempre sempre nelle compilation di Natale e mi ricorda una scena divertentissima avvenuta poco dopo essermi trasferita qui: uscivo con un tale, io lo chiamavo il Mago del Computer perché in realtà quello faceva -fa- di lavoro. Insomma, lo invito a cena da me, ho già fatto l’albero, siamo sotto le feste; metto su una compilation di Natale da YouTube e la faccio andare tutta la sera. Siamo appena entrati nel mio letto quando parte Feliz Navidad, Josè Feliciano: dopo è stato impossibile finire ciò che avevamo iniziato da tanto che ridevamo. Josè per me vince il gagliardetto della canzone di Natale più ridicola), ho fatto un inventario superficiale degli addobbi, ho cercato di ricordare in che angolo della casa ho montato l’albero l’anno passato, che qui, in questi 40 metri, è tutta una questione di incastri ben studiati, sennò va a finire che mi trovo il mio abetino 100% sintetico nel bagno, e ho sorvolato sul fatto che dovrò spostare mezza casa per farlo.

Qualcuno ieri mi ha detto che Dicembre è il mese più falso dell’anno. Una frase di un cinismo che manco io ci arrivo.

In realtà a questo pensavo stamani, al fatto che non è detto che sia falso, il sentimento dico, non è detto che se c’è un’occasione per dimostrare che pensi a un’altra persona questa debba essere per forza falsa, non è detto che ci pensi una sola volta all’anno, magari sfrutti quel giorno per dirlo di nuovo, che le vuoi bene, che pensi a lei. Come per molte cose siamo noi a sfruttare male i mezzi che ci mettiamo a disposizione. Il Natale sarà falso se noi lo vivremo da persone false.

E quindi termino sempre ogni mio ragionamento nello stesso modo: siamo sempre noi a fare la differenza. Siamo noi la cellula che può impazzire (o rinsavire). Possiamo scegliere. E pare che nessuno se ne curi.

A me il Natale piace. E non sempre è stato così. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero mi metteva ansia: l’ansia dei regali, l’ansia del pranzo. Ma non era colpa del povero Natale. Era colpa mia, vedevo le cose dal punto di vista sbagliato (con gli occhiali sbagliati, avrebbe detto qualcuno), non era un’occasione, ma un fardello.

E siccome non c’è una legge che ti costringe ad amare e festeggiare il Natale, chiunque può fare come vuole e sentirsi come vuole. Se non ti piace basta ignorarlo. Oppure sei il Grinch e allora ti tocca da copione odiarlo.

Io intanto ballo Frosty the Snowman con Bublè e mi sento bene, sorrido e boh, la prendo così, come un’occasione per tornare bambina, per urlare alle perone che amo che le amo, per giocare, per ballare, per essere felice.

Sempre che qualcuno mi aiuti a tirare giù l’albero …

(Che ‘sta foto è mia si nota… io sono un cane con le foto)

Risultati della clausura

 

 

 

post 69Risultati della clausura:

Ho male alla schiena perché sono stata troppo sul divano;

Ho male alla pancia perché ho mangiato troppo;

La pila del bucato è ancora in camera che mi aspetta:la coccolatrice si è ritirata dalla gara perché le fa male un braccio (è artrosi, mamma? Boh, che ne so. Ma dal medico? See, poi mi fa fare quelle cose che si fanno in palestra, fisioterapia mi pare. Sì, quella, ma se te la fa fare significa che funziona… ma in ogni caso, lui magari ti dice che dolore è. Ma che ne sa lui!– Qui ho lasciato perdere -)

Ho decisamente ridotto ai minimi termini le puntate di Lost che mancano al finale di stagione;

Ho una faccia slavata e irriconoscibile;

Ho fatto un dolce (e ora quindi riuscite a capire come sono messa, se per noia ho pure fatto un dolce);

Ho scritto.

Ecco, quello tanto. Certo, nei momenti magici in cui i coccolatori se ne sono tornati a casa. Sennò è stato tutto un parlare di cani e politica (mia madre), politica e viaggi (mio padre) e politica e politica (mio padre con mia madre).

Ed ecco che in questi giorni mi sono convinta sempre più che il mio allontanarmi dalle notizie, sia di cronaca che, sopratutto, di politica , non sia disinteresse. Forse sarò, come diceva Non mi ricordo chi nel discorso di Atene, inutile. Lo sono, certo. Ma per sopravvivenza.

Ascoltavo il discorso dell’ex sindaco di Treviso, un gran bel personaggio, che diceva che i culattoni (oltre alle altre categorie ormai blasonate) se ne devono andare da un’altra parte. In un altro video dichiara che gay e lesbiche devono stare nei loro recinti. Il web è pieno delle sue amenità.

Ora.

Io sono tollerante verso le varie forme di pensiero.

Sarà forse che mi sento toccata personalmente.

Ma questa roba non si può sentire.

Detesto parlare di politica. Perché mi sono scontrata con molte persone che non ragionano. Che non pensano. Che non sanno. Che non capiscono. E queste persone, che più volentieri credono nelle scie chimiche piuttosto che nel progresso (perdonate la parola obsoleta: e Pasolini si girerebbe nella tomba), sono quelle che amano scrivere Troie! Sotto un post di Salvini che ritrae tre ragazzine a una manifestazione.

Detesto parlare di politica. Perché mi sembra una battaglia persa, perché non capisco come cavolo siamo ancora qui, perché ho visto formarsi un Ministero delle pari opportunità, quando già il pensiero che debba esserci mi fa venire il voltastomaco.

Detesto parlare di politica. Perché mi sale la pressione, perché poi mi scoraggio, mi deprimo, il mondo mi sembra ancora più schifoso e faccio difficoltà a ridere con mia figlia.

E quindi faccio la persona inutile. Non sarà il sistema. Ma è il mio sistema per sopravvivere.

Detesto parlare di politica. E non l’ho fatto nemmeno qui. Ho solo pensato, in questi giorni, al perché lo detesto. E forse mi do solo un sacco di giustificazioni per il mio inanismo.

Forse.