Imparare

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Ho ancora un’ora prima dell’appuntamento telefonico con la Psicologa del gruppo di scrittura, che (molto disponibile, disponibilissima)risponderà alle mie domande sul narcisista covert, questa figura a me (ora parzialmente) sconosciuta.

Il mio racconto è già partito, Arianna, la protagonista e mia nuova figlia, sta facendo quello che deve fare e ricordando quello che deve ricordare. La sua storia è già scritta, in un certo senso, i racconti si scrivono da soli, noi siamo solo il braccio, le dita e qualche correzione di sintassi e grammatica, se la conosciamo. Ho sempre pensato che quando un personaggio nasce, poi fa come gli pare. Tu vuoi fargli fare un’altra scelta? E no, lui si impunta e tornerà al punto di partenza, perché decide lui, è la mia vita, sembra dirti, tu devi solo registrare, le scelte me le faccio da solo

Buffa, a volte, questa cosa della scrittura…

Ma non era questo che volevo dire, oggi.

È che ieri sera prima di dormire mi sono segnata una cosa sul foglio che ho sul comodino, ho segnato questo verbo: imparare. E stamani me ne ero dimenticata, ma poi ho letto una cosa che me lo ha fatto ricordare e quindi ho fatto tutte le cavolo di cose che dovevo fare questo lunedì mattina, Little Boss al pulmino, passaggio all’asl, spesa, fotocopie e poi di nuovo asl, un brindisi con cornetto e cappuccino, me ne sono tornata a casa e ho ripreso il foglio.

Pensavo a tutte le cose che ho imparato nella vita. E a come le ho imparate.

Avevo cinque anni quando mi resi conto che mia sorella con le sue amiche andavano più veloci di me in bicicletta. E mi lasciavano sempre indietro.  Loro viaggiavano su due ruote, io su quattro. Così decisi di imparare. Eravamo al campeggio e davanti alla nostra roulotte c’era questa strada lunga e grande (che ora posso dire che era solo un viottolo, ma la tempo mi sembrava una quattro corsie), tutta ricoperta di ghiaia. Mi ci misi la mattina, dopo che mio padre ebbe tolto le due rotelline. A sera avevo imparato, ma avevo dei buchi sanguinanti su entrambe le ginocchia. Uno lo vedo ancora.

Mio padre mi ha sempre detto che prendo troppo dal mio corpo, io ho sempre pensato di essere il classico mulo da soma. È così che faccio tutto, che imparo tutto: me lo metto in testa e sgobbo come una dannata fino a che non ho imparato. Con sudore, sangue (anche reale) e fatica. Sono ostinata, dopotutto. E se una cosa la voglio imparare la imparerò, se una cosa la voglio fare, la farò.

E va da sé che non tutto quello che ho imparato l’ho voluto, non volevo imparare il dolore, per esempio, ma è successo.

Ma poi ci sono cose che, nonostante gli sforzi, non sono riuscita mai a imparare. E quando me ne rendo conto mi sento spiazzata. Tutta la mia sicurezza sul mulo da soma eccetera. Ho sempre ripetuto a me e agli altri una frase che pare uscita da un manuale di autoaiuto per negati: se vuoi, puoi.

Eppure. Eppure ho sperimentato che non è affatto così. Certo, non sto parlando di cose banali: se voglio imparare a cucinare le cime di rapa in salmì lo farò, d’accordo.

Ma non ho imparato ad esempio a prendermi cura di me. O a gestire una relazione. O a essere meno impulsiva. E tante altre cose.

Una parte di me mi dice che se queste cose non le ho imparate è perché non voglio impararle davvero, perché non me ne frega nulla. Questo dà ragione alla mia teoria del Se vuoi, puoi, dopotutto, e il mio senso logico ne esce vittorioso. Ma c’è sempre un piccolo dubbio che mi non mi fa depositare la questione nel cassetto in alto del mio cervello.

In ogni caso stamani imparerò qualcosa. Tra meno di mezz’ora.

E il risultato sarà, di nuovo, Moon+1. Un’operazione che spero tenda all’infinito.

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21 pensieri riguardo “Imparare

  1. “Se vuoi, puoi”, è anche il mio motto. O, almeno, lo è quasi sempre. Poi ci pensa la vita a scompaginare tutto… e forse anche in questo è nascosto il bello. L’accettazione del dolore, per quanto mi riguarda, è un allenamento duro, costante. Penso di essere “diventata brava”, mio malgrado!

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  2. Mettiamoci una piccola correzione: se vuoi puoi provarci: magari ci riesci. Se sei molto determinata. E se sei straordinariamente brava. E se hai tanta tanta fortuna.
    Per quanto riguarda il tuo commento qua sopra no, non ci sono ricette, non ci sono ingredienti, non ci sono quantità, non ci sono tempi di cottura. Bisogna avanzare per prova ed errore; qualcosa alla fine viene fuori ma che cosa, esattamente, è sempre un terno al lotto.

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  3. Avevo deciso, e mi sembrava inevitabile, che il protagonista del mio romanzo “Viaggio di cuore”, si dovesse suicidare. Mi sembrava inevitabile. Ma… incredibile! Egli ha modificato il percorso della storia e ha creato un finale che , ogni volta che lo rileggo, mi commuovo!
    Il personaggio sceglie il proprio destino. È assolutamente vero!

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