Corsi di cucina e premi letterari

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Mi hanno fregato con un altro corso di cucina. 

Io, che detesto cucinare, sono obbligata per lavoro a fare questo dannato corso con lo Chef Stellato. E lo so, lo so (per favore, non ditemelo) che molti di voi diranno che sono maledettamente fortunata, che un corso gratis fatto da uno chef che sa fare lo chef, che insegna trucchi e cotture, inventa piatti, suggerisce modifiche ai piatti classici e tutte quelle cose lì è una bella occasione, che insomma, lo so che ci sono milioni di persone che si continuano a guardare programmi di cucina e si dilettano tra i fornelli come novelli Canavacciuolo e vanno a cercarsi nel negozio etnico il platano da friggere perché la Parodi vi ha abbinato il piccione (sto inventando, ovvio, ogni riferimento a persone o cibo è del tutto casuale), lo so che esiste anche un canale (anche se devo dire che è pochissimo che l’ho incrociato) sul digitale dedicato alla cucina, quindi immagino che ci siano davvero molte persone affascinate da questa Nuova Arte… MA. Ma io sono stanca del cibo, sono stanca di pensare alle sue infinite preparazioni, ma sopratutto sono stanca di fare corsi di cucina che mi rubano il tempo prezioso che vorrei passare con Little Boss.  

Che poi a me, lo Chef Stellato,  piace pure, è un ragazzo alla mano nonostante le sue stelle Michelin, arriva con la moto e questo, non so perché, ma me lo rende ancora più simpatico. 

Resta il fatto che dovrò sorbirmi intingoli e arrosti per due giorni di seguito e siccome pare che sia l’unica al Ristorante in grado di scrivere (ok. Qui le battute dei miei colleghi si sprecano: scrivi tu gli appunti, non sei una scrittrice? Oppure, scrivi tu Auguri sulla torta con la cioccolata: non sei una scrittrice? Eccetera), non potrò nemmeno distrarmi e pensare agli affaracci miei. 

E invece io vorrei pensarci, agli affaracci miei, visto che oggi il mio capo mi ha chiamato da parte e mi ha detto: Bene, Monica, hai tempo fino al 28 febbraio per scrivere un romanzo commerciale di 200 pagine. Poi ha mi ha messo sul banco l’articolo di un giornale. Credo di aver buttato fuori gli occhi come in cartone degli anni cinquanta. Esiste un concorso letterario che ha un bel montepremi: 150.000 euro. In questo concorso vince la storia, non le sperimentazioni, non lo stile, non il nome, sopratutto. Si concorre anche con pseudonimo. 

E così adesso è dalle una circa che il mio cervello non fa altro che macinare questa cosa. 

La prima cosa che ho pensato è stata a questo tempo ho per scrivere e quanto devo scrivere al giorno per poter arrivare a uno scalino come 200 pagine. Contando che più o meno che adesso ne scrivo una e mezzo al giorno, anche se non tutti i giorni, e la trovo una cosa fattibile,  mi occorrerebbero almeno 200 giorni, cioè più di sei mesi. Che non ho. Ricalcolo: due pagine al giorno tutti i giorni: sono cento giorni, cioè poco più di tre mesi. Fattibile. Quindi ok, a livello di tempo potrei esserci. 

Ed ecco che il mio ragionamento si ferma qui. I calcoli che ho segnato sul blocco delle comande tra una cestina di pane e un dessert sono l’unica cosa che il mio neurone solitario è riuscito a creare. Poi nel Moon cervello si sono accese le altre mille domande e, a seguito, le altre mille perplessità che mi hanno scemare l’entusiasmo del Grande Progetto (è la mia modalità standard, nessuna sorpresa).

La verità è che io non so scrivere un romanzo. E sopratutto non so scrivere un romanzo commerciale. E sopratutto, non so se davvero voglio scriverlo. Ovvero, quanto me la sono sbattuta per studiare la scrittura, per non ridurre i miei racconti a storielline, per cercarmi uno stile, per sperimentare… per non affiancare necessariamente la scrittura ai soldi? Mi ci sono voluti anni per capire come voglio scrivere. E ora arriva un premio del cavolo che sicuramente non vincerò mai (immaginate la valanga delle persone che parteciperanno, compresi autori famosi sotto pseudonimo. La avete immaginata? ora, raddoppiatela) e tutto può cambiare? 

Sì, Moon, ok. Ma sono 150.000 euro… un misero tentativo potresti pur farlo. 

Quindi, non ho ragione a dire che non voglio fare il corso di cucina e voglio pensare agli affaracci miei?

16 pensieri riguardo “Corsi di cucina e premi letterari

  1. Il Dea Planeta cosi si chiama il concorso….. Hai tutte le caratteristiche che necessitano ad un concorrente ma tentare non significa crederci… Ma misurarsi con se stessi. Il concorso è uno stimolo. Quando sei ispirato potresti scrivere anche 100 pagine in un giorno – dipende poi da quanto dovrai lavorare per renderle adattarle alla tua visione della cosa. Concorsi cosi sono per scritrori belli e finiti…come te che hai una dote evidente. Ti manca la storia e il tema – che anche se non è esplicitamente detto esiste. Qual’e? Devi leggere i nomi della giuria…conosci la giuria e avrai idea dell’ argomento. Moon sei molto brava – devi però circumnavigare questa pozza… Non farla diventare un’ostacolo..fai quello che ti riesce e bene…scrivi. Nel mio piccolo sono con te.

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  2. P.s. dimenticavo…sulla cucina.. Io sono un appassionato non professionista come te ( anche in questo aggiungo ) la cucina è molto simile alla scrittura… È conoscenza, precisione, amore. Devi saper amalgamare, unire e colorare di una parte di te la pietanza. È trovare nuove visioni delle tradizioni è sperimentazione, innovazione ed inventiva che parte da dentro. Oltre alla metrica ( dosi ) la storia ( le basi) quindi anche psicologiacamente ti ritrovi nel tuo ambiente ideale. Idea, passione creazione

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    1. Lo so, ma detesto il cibo… non siamo amici … a volte (rare volte) mi diverto a cucinare. Ma nella maggior parte delle volte è solo un onere che non vorrei avere. E lo ho pure poco, visto dove lavoro 😅

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